
Perché le missioni Wild Weasel meritano un capitolo a parte
Nell’ articolo – Guerra Elettronica: Come lo Spettro Elettromagnetico Decide i Conflitti Moderni – dedicato alla guerra elettronica non ho approfondito il mondo delle missioni Wild Weasel per un motivo molto semplice: pur appartenendo pienamente all’universo della Electronic Warfare, rappresentano qualcosa di diverso.
La guerra elettronica tradizionale nasce infatti con l’obiettivo di ascoltare, disturbare, ingannare o accecare i sensori avversari. Le missioni Wild Weasel fanno un passo ulteriore. Utilizzano gli strumenti della guerra elettronica non come fine, ma come mezzo per individuare e distruggere fisicamente la minaccia.
Nella dottrina NATO queste operazioni rientrano nel più ampio concetto di SEAD (Suppression of Enemy Air Defenses), ovvero la soppressione delle difese aeree nemiche. In pratica, l’obiettivo consiste nel neutralizzare radar e batterie missilistiche che potrebbero impedire alle forze aeree di operare sopra il territorio ostile.
La differenza rispetto alla guerra elettronica classica è sottile ma fondamentale. Un aereo da disturbo può accecare un radar. Un Wild Weasel, invece, lo trova e lo distrugge.
Per questo motivo i testi specialistici trattano spesso l’argomento separatamente. Da una parte troviamo il cosiddetto Soft Kill, basato sul disturbo e sull’inganno elettronico; dall’altra il Hard Kill, cioè la distruzione fisica del bersaglio tramite missili anti-radar, bombe o altri sistemi d’arma.
L’aspetto forse più affascinante è che i Wild Weasel operano esattamente nel punto di contatto tra questi due mondi.
La sequenza operativa è rimasta sostanzialmente immutata per oltre mezzo secolo:
- individuare il radar nemico;
- identificarne posizione e caratteristiche;
- disturbarlo o costringerlo a emettere;
- distruggerlo.
Dietro questa apparente semplicità si nasconde una delle missioni più pericolose mai affidate a un equipaggio da combattimento.
Mentre gran parte dei velivoli da guerra elettronica opera a distanza di sicurezza, i Wild Weasel hanno sempre fatto l’esatto contrario: entrare per primi nello spazio aereo più pericoloso, attirare deliberatamente l’attenzione delle difese nemiche e sopravvivere abbastanza a lungo da eliminarle.
Detta così sembra una pessima idea.
In effetti, all’inizio lo era davvero.
Vietnam 1965: quando qualcuno dovette fare da esca
La storia dei Wild Weasel nasce nell’autunno del 1965 durante la Guerra del Vietnam.
L’Operazione Rolling Thunder stava mettendo in evidenza un problema inatteso. I bombardieri americani non erano più minacciati soltanto dall’artiglieria contraerea, ma anche dai moderni missili terra-aria sovietici SA-2 Guideline schierati dal Vietnam del Nord.
Per gli equipaggi statunitensi fu uno shock.
I radar individuavano i velivoli in avvicinamento, i missili venivano lanciati da grandi distanze e le perdite aumentavano rapidamente. Serviva una soluzione immediata.
L’US Air Force decise allora di creare una nuova specialità operativa dedicata esclusivamente alla caccia ai radar, dando vita al programma Wild Weasel
La prima unità, denominata Wild Weasel I, arrivò in Thailandia nell’autunno del 1965 ed era composta da appena cinque F-100F Super Sabre biposto opportunamente modificati.
Nessuno aveva mai fatto qualcosa di simile prima.
Non esistevano procedure consolidate, non esistevano manuali e, soprattutto, non esistevano ancora missili anti-radar.
Gli equipaggi furono costretti a inventare tutto da zero.
La tattica Hunter-Killer
La prima soluzione adottata era tanto semplice quanto pericolosa.
Gli F-100F svolgevano il ruolo di Hunter. Volavano in prossimità delle aree difese cercando di provocare l’accensione dei radar nemici. Una volta individuata la sorgente di emissione, marcavano la posizione con razzi fumogeni.
A quel punto entravano in azione gli F-105D Thunderchief nel ruolo di Killer, incaricati di bombardare la postazione individuata.
Vista con gli occhi di oggi, abituati a sensori digitali, data link e munizioni guidate, la procedura sembra quasi artigianale.
Eppure funzionò.
Il 20 dicembre 1965 — secondo alcune fonti il 22 dicembre — l’equipaggio formato dal pilota Al Lamb e dall’Electronic Warfare Officer Jack Donovan ottenne quella che viene generalmente considerata la prima vittoria Wild Weasel della storia, distruggendo una postazione radar nordvietnamita nei pressi di Yên Bái.
Era nato un nuovo modo di combattere.
YGBSM: il motto nato da una reazione spontanea
Le prime missioni erano però terribilmente rischiose, gli equipaggi scoprirono presto che il loro compito consisteva sostanzialmente nel farsi agganciare dai radar nemici prima che lo facessero gli altri.

Quando uno degli ufficiali addetti ai sistemi elettronici comprese fino in fondo il concetto, reagì con una frase destinata a entrare nella storia:
“You Gotta Be Shitting Me” (“Mi state prendendo per il culo”).
L’acronimo YGBSM divenne rapidamente il motto non ufficiale della comunità Wild Weasel e ancora oggi rappresenta uno dei simboli più conosciuti di questa specialità.
Difficile dargli torto.
Nel 1965 il modo più efficace per trovare una batteria missilistica consisteva spesso nel convincerla a sparare contro di te. Non esattamente il lavoro più rilassante del mondo.
L’arrivo dei primi missili anti-radar
Le perdite subite nei primi mesi di attività dimostrarono rapidamente che l’F-100F non rappresentava una soluzione definitiva. Era troppo lento rispetto ai velivoli che doveva proteggere e soprattutto era costretto ad avvicinarsi eccessivamente alle batterie missilistiche nemiche.
Nell’estate del 1966 l’US Air Force introdusse quindi il più potente F-105F Thunderchief, trasformandolo progressivamente nel nuovo protagonista delle missioni Wild Weasel.
La vera rivoluzione, però, non fu il velivolo, furono le armi.
Per la prima volta comparvero missili progettati specificamente per inseguire le emissioni radar.
Il primo fu l’AGM-45 Shrike, una pietra miliare nella storia dell’aviazione militare. Oggi può sembrare rudimentale, ma all’epoca rappresentò un cambiamento epocale: invece di bombardare una postazione radar cercando di individuarla visivamente, si poteva colpire direttamente la sorgente dell’emissione elettromagnetica.
Lo Shrike aveva però un difetto enorme. Se l’operatore nemico spegneva il radar durante il volo del missile, l’arma perdeva immediatamente il bersaglio. Inoltre la testa cercatrice non era universale e doveva essere configurata a terra in funzione della frequenza del radar che si prevedeva di incontrare.

I nordvietnamiti impararono rapidamente la lezione: quando si accorgevano del lancio di uno Shrike spegnevano il radar e attendevano che il missile passasse oltre.
Per risolvere almeno in parte il problema arrivò l’AGM-78 Standard ARM. Più grande, più costoso e con una portata sensibilmente superiore, introduceva una caratteristica che oggi consideriamo normale ma che all’epoca era innovativa: una forma primitiva di memoria interna.
Se il radar veniva spento, il missile continuava a dirigersi verso l’ultima posizione conosciuta della sorgente radar.
Non era ancora la soluzione definitiva, ma rappresentava un enorme passo avanti.
Dai sistemi analogici ai primi computer da guerra elettronica
Se i missili stavano evolvendo rapidamente, lo stesso valeva per i sensori.
I primi Wild Weasel del Vietnam utilizzavano apparati estremamente semplici come l’ER-142. Le antenne installate sul velivolo erano in grado di rilevare una minaccia radar e indicarne la direzione approssimativa, ma non la distanza.
In pratica il pilota era costretto a dirigere il muso dell’aereo verso la sorgente dell’emissione per cercare di capire dove si trovasse il bersaglio.
Era un processo lento, impreciso e soprattutto pericoloso.
Per aumentare le probabilità di sopravvivenza vennero introdotti anche i primi pod da disturbo elettronico, tra cui il celebre QRC-160, destinato a confondere i radar di guida dei missili SA-2.
La vera svolta arrivò però negli anni Settanta con il programma F-4G Wild Weasel V.

Il Phantom II trasformato per le missioni SEAD rappresentò probabilmente il più sofisticato cacciatore di radar della Guerra Fredda.
Il cuore del sistema era costituito dall’AN/APR-38, successivamente evoluto nell’APR-47.
Per la prima volta un velivolo disponeva di un vero computer da guerra elettronica completamente integrato nella struttura dell’aereo.
Le sue 52 antenne distribuite lungo la fusoliera permettevano di applicare tecniche interferometriche avanzate. Analizzando le differenze temporali con cui il segnale radar raggiungeva le varie antenne, il sistema riusciva a determinare la posizione della minaccia con una precisione impensabile solo pochi anni prima.
Il risultato era straordinario.
L’F-4G poteva localizzare un radar anche durante manovre ad alto fattore di carico, senza dover necessariamente puntare il muso direttamente verso il bersaglio.
Per la prima volta la caccia ai radar stava diventando una disciplina scientifica e non più un esercizio di coraggio.
Desert Storm: il momento di gloria del Wild Weasel
Quando iniziò l’Operazione Desert Storm nel gennaio del 1991, il concetto Wild Weasel aveva ormai raggiunto la piena maturità.
L’Iraq disponeva della rete integrata di difesa aerea denominata KARI, una delle più dense e sofisticate esistenti al di fuori dell’Unione Sovietica, per qualsiasi forza aerea sarebbe stato un ostacolo formidabile.
Per gli F-4G Wild Weasel rappresentò invece il bersaglio perfetto.
Nelle primissime ore della campagna gli equipaggi americani entrarono nello spazio aereo iracheno precedendo bombardieri e caccia d’attacco. Il loro compito era semplice da descrivere ma difficile da eseguire: costringere i radar nemici ad accendersi e distruggerli prima che potessero coordinare la risposta difensiva.
Nei primi giorni di guerra vennero lanciati oltre 1.000 missili AGM-88 HARM.
Il risultato fu devastante, molti operatori radar iracheni compresero rapidamente che accendere il proprio sistema significava diventare un bersaglio. In numerosi casi preferirono spegnere le apparecchiature e rimanere silenziosi.
Dal punto di vista operativo il risultato era identico: una batteria radar spenta non può guidare missili e quindi non può difendere lo spazio aereo.
Desert Storm dimostrò definitivamente l’efficacia della filosofia Wild Weasel e consacrò l’AGM-88 HARM come il nuovo punto di riferimento per le missioni SEAD.
L’AGM-88 HARM: il predatore dei radar
L’HARM, acronimo di High-speed Anti-Radiation Missile, rappresenta ancora oggi il missile anti-radar più famoso al mondo.
La sua filosofia progettuale era semplice: essere talmente veloce da ridurre al minimo il tempo disponibile per la reazione dell’operatore nemico.
Grazie a velocità superiori a Mach 2 e a una testa cercatrice capace di operare su un ampio spettro di frequenze, l’HARM divenne rapidamente l’arma standard di F-4G, F-16CJ e Tornado ECR.
Con il passare degli anni le versioni più moderne hanno aggiunto sistemi di navigazione GPS che consentono al missile di colpire il bersaglio anche se il radar viene spento pochi istanti dopo il lancio.
In altre parole, il vecchio trucco imparato dai nordvietnamiti contro lo Shrike non funziona più.
O almeno, non sempre.
La partita tra radar e missili anti-radar continua infatti ancora oggi, esattamente come accadeva sessant’anni fa nei cieli del Vietnam.
Dai Balcani alla Libia: quando spegnere un radar equivale a distruggerlo
Con la fine della Guerra Fredda, le missioni Wild Weasel non scomparvero. Al contrario, si adattarono a un avversario che aveva imparato molte lezioni osservando quanto accaduto in Vietnam e durante Desert Storm.
Le campagne aeree nei Balcani degli anni Novanta ne furono un esempio perfetto.
Durante le operazioni Deliberate Force e Allied Force, le forze serbe adottarono una tattica tanto semplice quanto efficace. I radar venivano accesi solo per pochi secondi, il tempo strettamente necessario a rilevare il bersaglio e guidare il lancio di un missile. Subito dopo l’emissione cessava.
Dal punto di vista degli equipaggi NATO era come giocare a nascondino contro un avversario armato.
In questo scenario debuttarono operativamente gli F-16CJ Fighting Falcon, destinati a raccogliere l’eredità degli F-4G Wild Weasel. Accanto agli americani operarono anche i Tornado ECR della Luftwaffe e dell’Aeronautica Militare Italiana.
Per l’Italia fu uno dei momenti più significativi nella storia della propria componente da guerra elettronica.
I Tornado ECR effettuarono centinaia di missioni di scorta ai pacchetti d’attacco NATO, mantenendo una pressione costante sulle difese serbe. Non era nemmeno necessario distruggere ogni radar.
Bastava convincere l’operatore che accendere il sistema avrebbe comportato il rischio immediato di ricevere un AGM-88 HARM in risposta.
In termini militari, il risultato era comunque una missione SEAD riuscita.
Un radar spento è un radar inutile.
Lo stesso concetto venne applicato nuovamente durante l’Operazione Unified Protector del 2011 contro il regime di Gheddafi.
Anche in quel caso i Tornado ECR del 50º Stormo operarono nelle fasi iniziali della campagna, contribuendo alla neutralizzazione dei sistemi radar e missilistici libici. Insieme ai velivoli da guerra elettronica statunitensi e ai caccia francesi, crearono le condizioni necessarie affinché il resto della coalizione potesse operare con rischi notevolmente ridotti.
L’era digitale: l’F-16CJ e il pod HTS
Il pensionamento dell’F-4G lasciò un problema non banale alla US Air Force, come sostituire una piattaforma progettata specificamente per la caccia ai radar?
La risposta fu l’F-16CJ Block 50/52.
A prima vista poteva sembrare una scelta insolita. L’F-16 era nato come caccia leggero multiruolo e non disponeva dello spazio interno necessario per ospitare i complessi apparati elettronici che avevano reso celebre il Phantom.
La soluzione arrivò sotto forma di un pod esterno.
L’AN/ASQ-213 HTS (HARM Targeting System) venne installato sotto la presa d’aria del velivolo, trasformando un normale F-16 in una piattaforma specializzata SEAD.
L’importanza dell’HTS è spesso sottovalutata: questo sistema portò la missione Wild Weasel nell’era digitale. Non si limitava a rilevare una singola minaccia, ma era in grado di monitorare simultaneamente decine di radar, classificarli automaticamente e determinarne la posizione geografica con estrema precisione.
Le coordinate potevano essere trasferite direttamente ai missili AGM-88 HARM oppure ad altre munizioni guidate come le JDAM.
In sostanza, il radar nemico cessava di essere soltanto un bersaglio per un missile anti-radar e diventava un obiettivo per qualsiasi arma di precisione disponibile.
Era il primo passo verso la filosofia moderna del DEAD.
Dalla soppressione alla distruzione: nasce il concetto DEAD
Per decenni l’obiettivo principale delle missioni Wild Weasel era stato la soppressione.
L’importante era costringere il radar nemico a spegnersi.
Se l’antenna smetteva di trasmettere, bombardieri e caccia potevano attraversare lo spazio aereo senza essere ingaggiati, con l’evoluzione dei sistemi radar e la crescente mobilità delle batterie missilistiche, questo approccio iniziò però a mostrare alcuni limiti.
Un radar spento oggi può riaccendersi domani, un radar distrutto no.
Da qui nasce il concetto di DEAD, acronimo di Destruction of Enemy Air Defenses, la differenza può sembrare semantica, ma in realtà cambia completamente l’approccio operativo: l’obiettivo non è più costringere il nemico al silenzio temporaneo, bensì eliminare fisicamente l’intero sistema di difesa aerea: radar, centri di comando, veicoli lanciatori e infrastrutture di supporto.
È proprio in questo contesto che entra in scena l’F-35.
L’F-35 e la rivoluzione della caccia invisibile
Per comprendere quanto sia cambiata la filosofia Wild Weasel basta confrontare un F-100 del 1965 con un F-35 di oggi:
Il primo doveva esporsi deliberatamente per attirare l’attenzione del radar.
Il secondo cerca invece di non essere mai visto. Su questo argomento ho già pubblicato un approfondimento dedicato: «Tecnologia Stealth: storia, funzionamento, limiti e futuro della furtività militare». Ti sarà molto utile per comprendere al meglio i dettagli tecnici che affronteremo nelle prossime righe.
La differenza è enorme.
Grazie alla bassa osservabilità radar e alla suite elettronica AN/ASQ-239 Barracuda, l’F-35 può individuare le emissioni nemiche mantenendo una distanza di sicurezza e senza compromettere la propria posizione.
Le antenne del sistema sono integrate direttamente nella struttura dell’aereo e garantiscono una copertura praticamente completa dell’ambiente circostante, il vero salto tecnologico è rappresentato dalla Sensor Fusion, i dati provenienti dal sistema elettronico, dal radar AESA e dai sensori infrarossi vengono elaborati simultaneamente dal computer di missione per creare un quadro tattico unico e coerente.
Per il pilota non esistono più decine di sensori separati, esiste una sola immagine operativa.
Quando un radar nemico “emette”, il sistema è in grado di geolocalizzarlo con precisione elevatissima e di trasformarlo immediatamente in un bersaglio, la cosa interessante è che il radar può anche spegnersi ma a quel punto la sua posizione è già stata memorizzata.
E spesso la sua sorte è già segnata.
Da cacciatore a direttore d’orchestra
Forse la trasformazione più profonda della missione Wild Weasel non riguarda nemmeno le armi.
Riguarda il ruolo stesso del velivolo.
Grazie al data link MADL, un F-35 può operare in prossimità delle difese nemiche mantenendo la propria bassa osservabilità e condividendo in tempo reale tutte le informazioni raccolte.
In pratica può diventare una sorta di direttore d’orchestra dell’intera operazione.
Mentre gli aerei delle generazioni precedenti erano costretti a colpire personalmente il bersaglio, oggi un F-35 può limitarsi a individuare e classificare le minacce, trasmettendo le coordinate ad altri velivoli, a navi o persino a sistemi terrestri situati a centinaia di chilometri di distanza.
L’effetto finale è lo stesso.
La differenza è che il radar nemico può essere distrutto senza che il velivolo che lo ha individuato debba necessariamente lanciare un solo colpo.
È probabilmente la massima evoluzione della filosofia Wild Weasel: trovare il nemico, renderlo visibile a tutta la forza congiunta e decidere chi dovrà eliminarlo.
Le armi moderne dei Wild Weasel
Se il concetto operativo si è evoluto nel tempo, lo stesso vale per le armi impiegate per colpire i radar nemici.
L’AGM-88 HARM continua ancora oggi a rappresentare uno dei principali strumenti delle missioni SEAD, ma l’evoluzione delle difese aeree moderne ha imposto la nascita di sistemi ancora più sofisticati.
I radar contemporanei non sono più installazioni statiche facilmente individuabili. Molte batterie moderne sono altamente mobili, possono cambiare posizione in tempi ridotti e sono progettate per operare per brevi intervalli prima di spegnersi e spostarsi.
Per affrontare questa minaccia è stato sviluppato l’AGM-88G AARGM-ER (Advanced Anti-Radiation Guided Missile – Extended Range).
Si tratta, in sostanza, dell’erede dell’HARM.
Oltre a una portata sensibilmente superiore, integra un radar millimetrico che gli consente di continuare a cercare il bersaglio anche dopo l’interruzione delle emissioni radar. Se il veicolo radar tenta di spegnersi e allontanarsi, il missile può comunque individuarlo e colpirlo.
Un dettaglio non secondario è che l’AARGM-ER è stato progettato fin dall’inizio per essere trasportato all’interno delle stive dell’F-35A e dell’F-35C, preservando quindi la bassa osservabilità del velivolo.
Accanto all’AARGM-ER sta emergendo un’altra arma particolarmente interessante: la SiAW (Stand-in Attack Weapon).
A differenza dei tradizionali missili anti-radar, la SiAW è stata concepita per colpire una gamma più ampia di bersagli mobili ad alta priorità, inclusi veicoli lanciatori, centri di comando e sistemi missilistici in movimento.
In altre parole, non si limita a inseguire il radar.
Può contribuire a distruggere l’intera architettura della difesa aerea.
Anche munizioni apparentemente meno spettacolari come le GBU-39 SDB hanno trovato un ruolo importante nelle operazioni DEAD.
Grazie alle loro dimensioni contenute, un F-35 può trasportarne numerose all’interno delle stive. Una volta geolocalizzata la posizione del radar, queste bombe possono colpire simultaneamente antenne, veicoli di comando, generatori e mezzi di supporto, neutralizzando l’intero sito in un’unica azione.
Tra le armi più originali mai sviluppate per la missione Wild Weasel merita infine una menzione l’ALARM britannico, ritirato ufficialmente nel 2013 ha contribuito non poco allo sviluppo di questo genere di munizionamento.
Questo missile possedeva una caratteristica unica. Se il radar bersaglio veniva spento durante la fase terminale dell’attacco, l’arma apriva un paracadute e rimaneva sospesa in quota.
L’operatore nemico poteva pensare di averla scampata.

Poi, non appena il radar veniva riacceso, l’ALARM sganciava il paracadute, accendeva nuovamente il motore e si lanciava in picchiata verso il bersaglio.
Una soluzione ingegnosa che dimostra quanto sia sempre stata intensa la partita tra chi emette segnali radar e chi cerca di distruggerli.
Anche i radar hanno imparato la lezione
Naturalmente la storia delle missioni Wild Weasel non è un racconto a senso unico.
Ogni innovazione sviluppata dai cacciatori di radar ha generato una contromisura, i moderni sistemi di difesa aerea integrata, come quelli impiegati da Russia e Cina, rappresentano il risultato di decenni di adattamento a questa minaccia.
Uno degli approcci più noti consiste nell’utilizzo di radar a bassa frequenza operanti nelle bande VHF e UHF, la geometria degli aerei stealth è infatti ottimizzata soprattutto contro le frequenze più elevate utilizzate dai radar di scoperta e di tiro tradizionali.
Le onde più lunghe dei radar VHF possono generare fenomeni di risonanza che consentono di individuare la presenza generale di un velivolo stealth.
Esiste però un limite importante.
Questi sistemi possono spesso rilevare che qualcosa si trova in una determinata area, ma difficilmente riescono a fornire le coordinate necessarie per guidare con precisione un missile contro il bersaglio.
In pratica possono indicare che c’è qualcuno nella stanza, ma non sempre riescono a dire esattamente dove sia.
Un’altra risposta è arrivata attraverso i radar bistatici e multistatici.
Nei radar tradizionali il trasmettitore e il ricevitore condividono la stessa posizione. Nei sistemi multistatici, invece, i ricevitori possono essere distribuiti su vaste aree e collocati in punti differenti.
Questo approccio rende più difficile sfruttare le caratteristiche stealth progettate per deviare l’energia radar lontano dalla sorgente originaria.
Accanto ai radar stanno assumendo un’importanza crescente anche i sensori IRST (Infrared Search and Track), questi sistemi non emettono onde radio e quindi non possono essere localizzati tramite le tradizionali tecniche anti-radar. Si limitano a osservare.
Più precisamente osservano il calore.
Il calore prodotto dai motori, dagli scarichi e dall’attrito aerodinamico può infatti tradire la presenza di un velivolo anche quando la sua traccia radar è estremamente ridotta.
Come un F-35 attraversa una rete radar moderna
Quando si parla di penetrazione di uno spazio aereo difeso si immagina spesso il pilota che studia una carta e sceglie la rotta migliore.
La realtà è molto diversa.
L’enorme quantità di dati coinvolti rende impossibile una gestione completamente manuale.
Durante la missione, i sistemi dell’F-35 A e C versioni preposte alle operazioni SEAD, elaborano continuamente informazioni provenienti dai sensori di bordo e dalle fonti esterne, costruendo una mappa tridimensionale delle minacce presenti nell’area operativa.
I radar nemici non vengono rappresentati semplicemente come punti sulla cartina, sono modellati come volumi tridimensionali che descrivono la reale estensione delle loro capacità di scoperta e tracciamento, contemporaneamente il computer di missione valuta la variazione della segnatura radar del velivolo in funzione dell’orientamento rispetto alle diverse minacce.
Anche un aereo stealth, infatti, non è ugualmente invisibile da ogni direzione, l’algoritmo cerca quindi di mantenere il profilo più favorevole possibile rispetto ai sensori nemici, a questo si aggiunge lo sfruttamento del terreno.
Montagne, vallate e rilievi possono diventare veri e propri scudi naturali contro le onde radar. Integrando i dati altimetrici con la posizione delle minacce, il sistema può suggerire percorsi che sfruttano al massimo la copertura offerta dall’orografia.
Se compare improvvisamente una nuova minaccia, il computer ricalcola la situazione e individua una rotta alternativa caratterizzata dal livello di rischio più basso.
Per il pilota tutta questa complessità si traduce in qualcosa di sorprendentemente semplice.
Una traiettoria consigliata visualizzata sul casco.
Dietro quella linea apparentemente innocua si nascondono milioni di calcoli eseguiti in tempo reale.
Sessant’anni di evoluzione, la stessa missione
Dagli F-100F che cercavano i radar nordvietnamiti armati di razzi fumogeni agli F-35 capaci di fondere informazioni provenienti da decine di sensori diversi, la storia delle missioni Wild Weasel racconta una delle evoluzioni tecnologiche più impressionanti dell’aviazione militare moderna.
Eppure, osservando il quadro generale, il principio di fondo è rimasto sorprendentemente immutato.
Da oltre sessant’anni esiste una sfida continua tra chi cerca di vedere e chi cerca di non essere visto.
Ogni nuova generazione di radar ha prodotto una nuova specialità di contromisure. Di contro, il debutto di moderni missili anti-radar ha spinto gli operatori delle difese aeree a sviluppare tattiche più sofisticate. Parallelamente, i passi avanti nella bassa osservabilità hanno generato nuovi sensori progettati specificamente per contrastarla.
Non esiste un vincitore definitivo.
Esiste soltanto una corsa tecnologica che continua ancora oggi.
La differenza è che nel 1965 gli equipaggi Wild Weasel dovevano entrare volontariamente nel raggio d’azione dei missili nemici per trovare un radar.
Oggi possono individuarlo, geolocalizzarlo e coordinarne la distruzione senza che l’operatore avversario si accorga nemmeno della loro presenza (Stand-Off).
Per chi ha vissuto l’epoca dell’F-100F e dello Shrike, probabilmente sarebbe sembrata fantascienza.
Per i Wild Weasel moderni è semplicemente il nuovo modo di fare il loro lavoro.





















