
A volte mi chiedo come sia possibile che molti degli uomini che hanno contribuito a rendere grande il nostro Paese finiscano, con una facilità disarmante, nel dimenticatoio. È una cosa che mi rammarica, soprattutto quando penso a quante storie straordinarie si siano perse nel tempo, nonostante il valore e il coraggio dei loro protagonisti.
Forse è davvero una delle nostre contraddizioni più profonde. D’altra parte, il detto «Nessuno è profeta in patria» non è nato per caso.
Il protagonista di questa storia è proprio uno di quegli uomini. Un uomo che seppe dare lustro non soltanto alla Marina Militare, alla quale apparteneva, ma anche all’Italia, in un’epoca in cui il volo era ancora poco più di un sogno e l’aeroplano una macchina tanto affascinante quanto imprevedibile.
Eclettico, temerario, ribelle e coraggioso, non si accontentò di osservare il futuro da spettatore. Scelse di inseguirlo, di studiarlo e, soprattutto, di provare a costruirlo.
Questa è la storia di Mario Calderara, un uomo che ebbe il coraggio di sfidare i limiti del proprio tempo e di trasformare un sogno apparentemente impossibile in una realtà: volare.
Mario Calderara era figlio del generale degli Alpini Marco Calderara. La sua formazione fu quindi prettamente militare, ma il giovane ufficiale era fortemente attratto anche dalla vita marinara e si iscrisse all’Accademia Navale di Livorno, dove si distinse sia per le sue doti di futuro comandante sia come studente modello.
Il Guardiamarina Mario Calderara
Nel 1901 venne promosso Guardiamarina, superando brillantemente il corso. Ma Mario Calderara guardava già oltre: era affascinato dagli studi e dalle scoperte che arrivavano dall’altra parte dell’oceano e dall’Europa. Le ricerche di Otto Lilienthal, di cui parleremo prossimamente, cominciavano a ottenere il meritato successo e, soprattutto, a dimostrare le possibili applicazioni ingegneristiche dello studio del volo.

L’idea che l’uomo potesse realmente volare stava lentamente trasformandosi da sogno a possibilità concreta.
I Fratelli Wright e la nascita di una nuova passione
Negli Stati Uniti la fantasia stava diventando realtà. Nel 1905 i fratelli Wright riuscirono a far volare il loro prototipo di macchina volante, il Flyer, scrivendo uno dei capitoli più importanti della storia dell’umanità.

L’uomo non soltanto poteva volare: poteva anche controllare il volo.
Furono proprio queste straordinarie scoperte ad affascinare il giovane Calderara. Mario volle immediatamente contattare i due fratelli, desideroso di capire di più e, soprattutto, di ottenere informazioni e dettagli tecnici sulle loro esperienze.
Wilbur e Orville Wright accolsero le sue richieste. Tra loro e il giovane Guardiamarina italiano nacque un’intensa corrispondenza che si trasformò presto in una sincera amicizia.
Grazie anche al contributo dei fratelli Wright, Calderara iniziò a elaborare una prima bozza di progetto di una macchina volante. Proprio in questo periodo iniziò a essere utilizzato il termine che sarebbe poi entrato definitivamente nel linguaggio comune: aeroplano.
Il progetto era ambizioso e coraggioso. In Italia mancavano ancora molte delle conoscenze tecniche e delle capacità produttive necessarie per gettare le basi di una vera industria aeronautica.
Ma il giovane ufficiale non si arrese.
I primi esperimenti a La Spezia
Calderara iniziò i suoi primi esperimenti a La Spezia, realizzando un biplano ispirato al Flyer dei Wright.
L’apparecchio era equipaggiato con galleggianti e una nave lo trascinava mediante delle corde. Durante uno degli esperimenti raggiunse un’altezza di circa dodici metri.
Successivamente Calderara installò la sua macchina direttamente sulla coperta del cacciatorpediniere Lanciere, sfruttando la maggiore velocità della nave per ottenere le condizioni necessarie al sostentamento dell’apparecchio.
L’aeroplano riuscì così a librarsi a un’altezza ancora maggiore, superando i quindici metri.
L’esperimento, però, si trasformò rapidamente in un dramma.
Quando la nave accostò bruscamente a sinistra, il velivolo perse l’equilibrio e precipitò in acqua.I cavi d’acciaio dell’apparecchio lo trascinarono sotto la superficie per oltre tre metri. I soccorritori lo portarono in ospedale quasi annegato e leggermente ferito.
Le autorità gli proibirono di continuare gli esperimenti, ritenuti troppo rischiosi, ma quella battuta d’arresto non sarebbe bastata a fermarlo.
L’incontro con Gabriel Voisin
A volte, nella storia dell’aviazione, le occasioni più importanti arrivano proprio quando tutto sembra essersi fermato.
Nel 1908 Léon Delagrange, grande pioniere dell’aviazione, arrivò a Roma per effettuare alcuni voli dimostrativi. Con lui c’era anche il celebre costruttore e progettista Gabriel Voisin, autore dell’aeroplano utilizzato da Delagrange.
Calderara colse immediatamente l’occasione.
Chiese a Voisin di poter collaborare con lui, proponendosi come disegnatore e progettista presso le sue officine in Francia. Voisin accettò.
Entusiasta della possibilità che gli si era appena presentata, Calderara chiese una licenza non retribuita di sei mesi per poter raggiungere le officine di Voisin, situate a Issy-les-Moulineaux, nei pressi di Parigi.
L’esperienza francese rappresentò una tappa fondamentale nella sua formazione.
Voisin e Calderara poterono scambiarsi idee, conoscenze ed esperienze e in breve tempo divennero buoni amici. La Francia era allora un ambiente particolarmente fertile per il giovane aspirante aviatore: nel settore aeronautico si respirava un grande fermento, con nuovi esperimenti e costruzioni sempre più affidabili ed efficienti.
Fu proprio in questo ambiente che i progetti di Calderara iniziarono a suscitare l’interesse di un facoltoso appassionato di aviazione, Ambroise Goupy.
Il Calderara Groupy prende il volo
Goupy propose a Calderara di progettare e costruire a proprie spese un nuovo tipo di aeroplano dotato di elica trattiva.
Nacque così il Calderara-Goupy.
L’11 marzo 1909, a Buc, in Francia, il nuovo aeroplano effettuò con successo il suo primo volo.
Per Calderara non si trattava soltanto di un successo personale. Era la conferma che un giovane ufficiale della Marina italiana poteva confrontarsi con alcuni dei più importanti protagonisti della nascente aviazione europea.

Il ritorno in Italia e l’addestramento con Wilbur Wright
Nel frattempo, anche in Italia cresceva la consapevolezza dell’importanza dell’aeroplano.
Sebbene progettisti come Blériot, Voisin e Farman avessero realizzato macchine eccellenti, il Flyer dei fratelli Wright continuava a rappresentare un punto di riferimento.
La macchina americana poteva compiere voli di 30 o 60 minuti, contro i pochi minuti garantiti da molti degli altri apparecchi dell’epoca, e mostrava caratteristiche di stabilità e affidabilità particolarmente interessanti, l’Italia non voleva rimanere indietro.
Nell’estate del 1908, l’Aeroclub d’Italia, con la collaborazione della Brigata Specialisti comandata dal Maggiore Maurizio Moris, decise quindi di acquisire un aeroplano Wright.
I fratelli Wright vennero invitati personalmente a Roma per contribuire anche all’addestramento di due aspiranti aviatori.
Wilbur Wright accettò e si recò in Italia, iniziando l’addestramento sul campo di volo di Centocelle. Uno dei due allievi non poteva che essere Mario Calderara: era l’unico italiano ad avere già maturato una significativa esperienza con il volo e, soprattutto, era l’unico italiano ad aver effettivamente volato.
L’altro aspirante pilota era il Tenente del Genio Umberto Savoja.
Dopo settimane impegnative di addestramento e voli dimostrativi, alternate a giornate mondane, Wilbur Wright dovette fare ritorno negli Stati Uniti. Ritenendo che Calderara fosse ormai in grado di volare autonomamente, lo autorizzò a occuparsi anche dell’addestramento di Savoja. I due effettuavano quotidianamente voli addestrativi e Calderara, in particolare, compiva numerosi voli prolungati. Poi arrivò un’altra grave battuta d’arresto.
L’Incidente del FLyer
In una giornata ventosa del maggio 1909, durante un volo di routine, Calderara ebbe un serio incidente.
Il Flyer precipitò al suolo, riportando gravi danni strutturali, l’aviatore venne ricoverato per una commozione cerebrale e per qualche tempo sembrò che sia l’attività di volo sia l’addestramento fossero ormai compromessi.
Ma Calderara non aveva rinunciato alla sua grande passione. Dopo le cure e un lungo periodo di convalescenza, si mise immediatamente al lavoro insieme all’amico Umberto Savoja per recuperare e riparare l’aeroplano. Savoja diede un contributo importante all’impresa, anche grazie alle sue capacità tecniche, nel giro di pochi mesi il Flyer venne riparato e fu nuovamente pronto a volare.

Il Giro Aereo di Brescia e il Brevetto n.1

Intanto, nel mondo, si moltiplicavano le grandi manifestazioni aviatorie, erano veri e propri eventi mondani, ma soprattutto rappresentavano una straordinaria occasione per dare visibilità internazionale alla nuova aviazione.
Anche l’Italia decise di organizzare un grande evento: il Giro Aereo di Brescia, al quale parteciparono alcuni dei migliori aviatori dell’epoca, tra loro c’era anche Mario Calderara. La manifestazione, organizzata dall’Aeroclub d’Italia, vide anche la presenza del Re Vittorio Emanuele III. Calderara ottenne un risultato straordinario, vincendo cinque delle otto tappe.
La sua notorietà crebbe rapidamente e il giovane aviatore divenne un vero e proprio eroe nazionale. Il suo aereo era il Flyer ricostruito insieme a Savoja, equipaggiato però con un motore di fabbricazione italiana, il “Rebus”.
Nello stesso anno arrivò il riconoscimento destinato a consegnare definitivamente il suo nome alla storia dell’aviazione italiana, l’Aeroclub gli conferì infatti il brevetto di pilota n. 1.
La nascita dell’Aviazione Navale Italiana
Calderara non era soltanto un abile pilota. Era anche un progettista e, soprattutto, un ufficiale della Marina profondamente interessato alle possibili applicazioni del volo in ambito navale.
Fu tra i primi a intuire il potenziale dell’aeroplano come strumento al servizio della Marina.
Nel frattempo le “macchine volanti” erano ormai diventate una realtà concreta e iniziavano a suscitare interesse anche sotto il profilo militare.
Nel 1911, durante la guerra italo-turca per il possesso della Libia, l’aeroplano trovò infatti un primo significativo impiego bellico.
Fu proprio in questo contesto che Calderara presentò al Ministero della Marina un progetto particolarmente innovativo: un apparecchio capace di utilizzare l’acqua come superficie per il decollo e l’atterraggio.
Calderara non lo definiva ancora “idrovolante”., lo chiamava “aeroplano navale”.
Per chi volesse approfondire l’argomento sull’Aviazione Navale invito a leggere l’articolo: Le Forze Aeree della Marina Militare Italiana: storia, mezzi e futuro dell’Aviazione Navale. Di aerostoria.it
L’aeroplano navale di Calderara
La caratteristica fondamentale del progetto era rappresentata dalla sostituzione delle ruote con una serie di galleggianti, che permettevano all’apparecchio di decollare e ammarare sull’acqua.
Il Ministero autorizzò la realizzazione del progetto presso gli Arsenali della Marina di La Spezia. I lavori iniziarono lentamente. Uno dei problemi principali fu il ritardo nella disponibilità del motore Gnome, di fabbricazione franco-tedesca, che finì per compromettere la prima fase dei collaudi.
Il progetto di Calderara era un monoplano ad ala alta, con un’apertura alare di circa 17 metri e una superficie alare di 70 m².
Il peso a vuoto era di circa 620 kg, mentre la lunghezza raggiungeva 6,5 metri e l’altezza 3 metri. Il motore era collocato nella parte posteriore della fusoliera e azionava un’elica bipala. La potenza dichiarata era di 800 CV. La fusoliera era realizzata mediante una struttura a traliccio metallico e ospitava due abitacoli chiusi.
L’apparecchio poggiava su un galleggiante centrale e quattro galleggianti ausiliari, suddivisi in venti compartimenti metallici stagni. La velocità massima era indicata in circa 70-80 km/h.
Ma era soprattutto una particolare soluzione tecnica a distinguere il progetto.
Le alette sui galleggianti
Alle estremità dei galleggianti erano infatti presenti due alette, progettate per facilitare il decollo e consentire al velivolo di superare più rapidamente la velocità critica, i collaudi si svolsero a La Spezia, sotto l’osservazione dei funzionari del Ministero della Marina, nella primavera del 1912, l’apparecchio riuscì finalmente ad alzarsi in volo.
Il progetto attirò l’attenzione anche oltre i confini italiani. Il velivolo venne presentato all’allora Ministro della Marina britannico Winston Churchill, che ne rimase colpito, le capacità di Calderara come progettista e pilota erano ormai riconosciute anche negli Stati Uniti. Gli venne persino proposto di assumere il comando della scuola per aviatori della U.S. Navy, per i suoi meriti gli venne inoltre conferita la Navy Cross, un’onorificenza riservata a pochi.
La guerra, il ritorno in Italia e gli ultimi anni
Il mondo, però, stava rapidamente cambiando, i venti di guerra soffiavano sempre più forti e Mario Calderara dovette fare ritorno in Italia.
La casa di Parigi nella quale viveva con la famiglia venne espropriata e Calderara si trovò ad affrontare anche difficoltà economiche. la sua esperienza pionieristica nell’aviazione, sviluppata soprattutto durante il periodo compreso tra il 1901 e il 1912, sembrava ormai appartenere a un’epoca lontana.
Eppure proprio quegli anni avevano contribuito a gettare alcune delle basi della storia dell’aviazione italiana, Calderara stesso, con una modestia quasi sorprendente, arrivò a dichiarare:
“Quello che ho fatto è banale e non vale la pena di essere ricordato.”
La storia, però, avrebbe raccontato qualcosa di molto diverso.
L’eredità di Mario Calderara

Su quanto Calderara aveva realizzato come ufficiale di Marina, pilota e progettista, sono stati scritti numerosi libri, anche grazie al contributo del figlio Lodovico e della moglie Fede Caproni Armani, che per tutta la loro vita si impegnarono a mantenere viva la memoria dell’uomo.
Calderara fu protagonista di una stagione nella quale l’aviazione stava ancora cercando la propria identità.
Fu pioniere del volo, progettista, sperimentatore e ufficiale di Marina. Soprattutto, comprese molto presto le potenzialità che l’aeroplano poteva offrire anche alle forze navali.
La storia gli ha attribuito inoltre un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’idrovolante, anche se la paternità dell’invenzione non gli venne riconosciuta e fu attribuita a Glenn Curtiss.
A Calderara rimase comunque un riconoscimento destinato a diventare simbolico: quello di primo pilota italiano, sancito nel 1909 dal brevetto di pilota n. 1.
Nel 1922 gli venne conferita la Medaglia d’argento al valor militare.
Mario Calderara si spense nel 1944, a seguito di un malore, ma la sua storia non si concluse con la sua morte.
Il suo genio, la sua perseveranza e il suo coraggio continuano a vivere nella storia dell’aviazione italiana e nella memoria di quella straordinaria generazione di pionieri che, all’inizio del Novecento, trasformò il sogno del volo in una realtà, Mario Calderara fu uno di loro.
E il suo nome rimane legato per sempre a quel momento irripetibile in cui l’uomo imparò non soltanto a volare, ma anche a progettare, controllare e immaginare il futuro dell’aviazione.






