
Sommario
- Una ripartenza difficile: i primi aerei del dopoguerra
- Il debutto della tecnologia britannica: il De Havilland Vampire
- L'impiego operativo e la vocazione acrobatica
- La dottrina NATO e i cacciabombardieri Thunderjet
- La difesa dello spazio aereo: l'era dei Sabre
- Evoluzione dei velivoli delle Pattuglie Acrobatiche Nazionali (1950-1963)
- L'ingresso nel supersonico: il lungo regno dello Starfighter
La storia della nostra Aeronautica riparte da un momento drammatico: l’8 settembre 1943. Con l’armistizio, l’Italia si spezzò in due. Al Nord, le forze fedeli alla Repubblica Sociale collaboravano con i tedeschi, che controllavano le zone chiave dove sorgevano le nostre industrie aeronautiche. Al Sud, il governo legittimo si stabilì a Brindisi, organizzando la Regia Aeronautica (poi Aeronautica Cobelligerante), che si contrapponeva all’ANR schierata con la Luftwaffe. Con il referendum del 1946 e la nascita della Repubblica, il termine “Regia” sparì, dando vita alla moderna Aeronautica Militare.
Una ripartenza difficile: i primi aerei del dopoguerra
La situazione in cui versava l’Aeronautica nell’immediato dopoguerra era oltremodo critica. Dopo oltre un decennio di sforzi bellici ininterrotti, che avevano logorato uomini e velivoli, la linea di volo appariva un mosaico eterogeneo di scarsa efficienza. Inizialmente, la componente da caccia si affidava a quanto ereditato dalla fase cobelligerante, tra cui il Bell Airacobra e il Supermarine Spitfire, forniti dalla Balkan Air Force e dalla Mediterranean Allied Air Force. Molti di questi aeroplani, usurati da un impiego intensivo, erano relegati a compiti di addestramento o utilizzati esclusivamente come fonte di ricambi. Solo in un secondo momento l’arrivo dei P-51 Mustang, dei P-47 Thunderbolt e dei Lockheed P-38 Lightning permise una parziale ripresa. Tuttavia, il progresso tecnologico correva veloce: l’era del motore a pistoni volgeva al termine, lasciando spazio all’avvento dei turbogetti che stavano ridefinendo le dinamiche del volo.
Il debutto della tecnologia britannica: il De Havilland Vampire

Con la firma del Patto Atlantico, lo scacchiere geopolitico impose all’Italia un rapido allineamento agli standard NATO. La necessità di contenere l’influenza sovietica spinse Washington a sostenere un massiccio ammodernamento delle difese europee. Nonostante la vocazione verso le tecnologie statunitensi, la de Havilland riuscì a imporsi sul mercato italiano grazie a una strategia commerciale lungimirante, offrendo non solo il caccia DH.100 Vampire a condizioni favorevoli, ma includendo un pacchetto completo di know-how, formazione per piloti e specialisti e la licenza di produzione industriale. Per un’industria nazionale che muoveva i primi passi nel campo degli aviogetti, il Vampire rappresentò un salto generazionale decisivo, che permise all’Aeronautica Militare di colmare il “gap” tecnologico con gli alleati.
L’impiego operativo e la vocazione acrobatica
Dal 1950, l’immissione in servizio del Vampire fu supportata da un impegno produttivo significativo, con Aermacchi e FIAT che realizzarono complessivamente 143 esemplari. Il velivolo, caratterizzato dalla coda a doppio trave e dalla spinta del turbogetto Goblin II, divenne il simbolo di una nuova operatività. Oltre alla caccia diurna, furono acquisite varianti per il volo notturno dotate di radar, fondamentali per l’addestramento specialistico. Il Vampire segnò anche l’inizio della tradizione acrobatica moderna con il “Cavallino Rampante”, pattuglia che debuttò a Roma-Urbe nel 1952. Nonostante il successo del programma, l’evoluzione dei piani NATO e l’introduzione di nuovi velivoli americani portarono, nel 1959, al ritiro definitivo dei Vampire dalle Aerobrigate in cui avevano prestato servizio.
La dottrina NATO e i cacciabombardieri Thunderjet

Il quadro strategico mutò profondamente con l’attuazione dei programmi MDAP, che favorirono la transizione verso una struttura organizzativa ispirata al modello USAF. La fornitura gratuita o agevolata di caccia a reazione permise all’Aeronautica di schierare oltre 500 velivoli appartenenti alla cosiddetta Classe 80, tra cui le diverse varianti dell’F-84 Thunderjet. Questi aerei rispondevano alla dottrina del tempo, che privilegiava la capacità di bombardamento tattico, anche in chiave nucleare. Gli F-84G, giunti in Italia nel 1952, garantirono una proiezione offensiva senza precedenti, segretamente pronti a gestire il carico di ordigni Mk.7 Thor. Successivamente, la linea fu aggiornata con l’arrivo dell’F-84F Thunderstreak e della variante da fotoricognizione RF-84F, velivoli che rimasero icone indiscusse anche grazie alle spettacolari evoluzioni dei “Getti Tonanti” e dei “Diavoli Rossi”.
La difesa dello spazio aereo: l’era dei Sabre
Parallelamente alla componente tattica, l’esigenza di garantire la protezione dello spazio aereo spinse verso l’acquisizione di intercettori avanzati. La scelta ricadde sul North American F-86K, prodotto su licenza dalla FIAT. Questo velivolo, ribattezzato “Kappone” dai piloti, offriva capacità ognitempo grazie al radar installato nel muso, distinguendosi per l’armamento di quattro cannoni da 20 mm. Accanto a esso operarono i Canadair CL-13 Sabre Mk.4, noti come “Can Sabre”, utilizzati principalmente come intercettori diurni. La fama del Sabre fu amplificata dal successo delle pattuglie acrobatiche, fino alla costituzione ufficiale, il 16 maggio 1961, della P.A.N. Frecce Tricolori sull’aeroporto di Rivolto. La nuova formazione divenne presto l’ambasciatrice dell’eccellenza aeronautica italiana, introducendo l’uso di sistemi fumogeni colorati.
Evoluzione dei velivoli delle Pattuglie Acrobatiche Nazionali (1950-1963)
L’ingresso nel supersonico: il lungo regno dello Starfighter

L’era degli aiuti MDAP si concluse verso la fine degli anni Cinquanta, imponendo alla Forza Armata la sfida di finanziare in proprio l’ulteriore modernizzazione della flotta. La rapida obsolescenza dei velivoli subsonici di fronte ai nuovi caccia bisonici del Patto di Varsavia rese necessario un cambio di rotta. In questo scenario, la struttura organizzativa dell’Aeronautica passò dalle Aerobrigate a Stormi più snelli, spesso composti da uno o due gruppi volo. L’industria nazionale tentò comunque di sviluppare soluzioni autonome come l’AERFER Leone e l’Ariete, progetti avanzati ma rimasti a livello prototipale o comunque tardivi rispetto alle esigenze operative.
La decisione di adottare il Lockheed F-104G Starfighter, formalizzata l’8 marzo 1960, segnò l’ingresso definitivo nell’era supersonica. La produzione su licenza avviata dalla FIAT e la consegna dei primi esemplari operativi nel 1963 al 9° Gruppo di Grosseto consolidarono il ruolo dello “Spillone” come pilastro della difesa nazionale. Affiancato nel tempo dai G.91[Leggi la mia monografia dedicata al G.91 per scoprire tutti i retroscena di questo successo aeronautico.] per la componente tattica, l’F-104 ha solcato i cieli italiani per oltre quarant’anni, trasformandosi da macchina Bisonica da 2000 km/h a leggenda vivente dell’aviazione, fino al congedo definitivo avvenuto nel 2004.
CONDIVIDI

