
La Guerra di Corea
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la Corea si ritrovò divisa tra un nord comunista e un sud con istituzioni filo-occidentali. Entrambe le fazioni miravano all’unificazione della penisola per estendere la propria influenza sull’Asia orientale. Questa forte tensione culminò nel giugno del 1950 con l’invasione del sud da parte della Corea del Nord.
Dietro questa mossa si celava la strategia di Josef Stalin. Il leader sovietico era intenzionato a espandere il comunismo in aree chiave per la sicurezza dell’Unione Sovietica. Inoltre, la Repubblica Popolare Cinese sostenne l’azione come scudo difensivo contro gli Stati Uniti. Washington vide nel conflitto una minaccia diretta e un pericoloso precedente per l’espansionismo sovietico. Di conseguenza, decise di intervenire con il pieno appoggio dell’ONU, che condannava fermamente l’aggressione di uno Stato sovrano.
Nelle prime fasi del conflitto, la North Korean Air Force (NKAF) mostrò una netta superiorità aerea. La flotta nordcoreana schierava circa 132 aerei da combattimento, 30 da trasporto e altrettanti da addestramento, tutti di concezione sovietica. I piloti, addestrati in Russia, erano motivati e preparati. Anche se volavano su velivoli ormai obsoleti per gli standard di quell’epoca, come i Lavochkin La-9, Ilyushin Il-10, Yakovlev Yak-9 e alcuni Yak-3, essi riuscirono a infliggere gravi danni alle forze avversarie.
Al contrario, la Republic of Korea Air Force (ROKAF) era un’aviazione solo nominale. Il presidente sudcoreano Syngman Rhee, nonostante i duri proclami anticomunisti, disponeva di una forza utile appena a garantire l’ordine interno grazie alla protezione americana. La ROKAF contava solamente 16 aerei da collegamento, inclusi 3 addestratori T-6. Inoltre, l’organico registrava appena 30 piloti pronti al combattimento su un totale di 57. Poiché era priva di mezzi adeguati per contrastare il nemico, l’aeronautica del sud scomparve dai cieli nei primissimi giorni di guerra.
L’US Far East Air Force (FEAF)
L’unico baluardo contro l’avanzata nordcoreana era la FEAF del tenente generale George E. Stratemeyer. Questa forza contava circa 35.000 uomini divisi tra la 13th Forza aerea nelle Filippine, la 20th a Okinawa e la 5th in Giappone. L’arsenale teorico comprendeva circa 1.700 aeromobili. Tra questi figuravano 504 F-80 “Shooting Star”, 47 F-51 “Mustang”, 42 F-82 “Twin Mustang”, 73 B-26 “Invader” e 27 B-29 “Superfortress”, oltre a trasporti e addestratori come T-6, SB-17 e T-33 “Shooting Star”. Tuttavia, le gravi carenze di ricambi dovute ai tagli del dopoguerra riducevano i velivoli pronti al combattimento a soli 600, molti dei quali vincolati alla difesa del Giappone.

La crisi precipitò il 25 giugno con l’arrivo dei nordcoreani alle porte di Seoul. Il 27 giugno, su richiesta dell’ONU e dell’ambasciatore americano, il generale MacArthur avviò l’evacuazione dei civili da Inchon. Gli F-82 del 68th, 339th Wing e 4th Squadron, insieme agli F-80 dell’8th FBW, protessero l’operazione.
I combattimenti si accesero a mezzogiorno, quando il tenente Charles B. Moran segnalò via radio che il suo F-51 era sotto il fuoco nemico. Il velivolo aveva già subito forti danni all’impianto idraulico e ad un’ala. Subito dopo, il tenente Hudson e l’operatore radar Carl Fraser, a bordo del loro “Twin Mustang”, intercettarono e abbatterono un caccia avversario. Questo successo siglò la prima vittoria dell’USAF nel conflitto. Altri due aerei della NKAF (probabilmente Yak-10, Yak-9 o La-7) caddero quel giorno sotto i colpi dei Mustang. Questo evento segnò il fallimento della diplomazia e l’attivazione della coalizione ONU composta da 18 nazioni.



Foto: USAF/USAF Museum
Nel pomeriggio dello stesso 27 giugno arrivò il battesimo del fuoco per i jet. Quattro F-80 dell’8th FBW e del 35th FBS intercettarono otto Il-10 nordcoreani che stavano bombardando l’aeroporto di Kimpo, dove avevano già distrutto sette velivoli della ROKAF. Il tenente Wayne abbatté due Il-10, mentre il capitano Schiller e il tenente Dewald ne eliminarono un terzo e danneggiarono il quarto. Le forze statunitensi misero in fuga i restanti velivoli, registrando la prima storica vittoria di un caccia a getto nel conflitto. Tuttavia, questo successo non ottenne mai una conferma ufficiale: il relitto del velivolo avversario non fu mai ritrovato e, al contempo, le forze comuniste non dichiararono alcuna perdita in quel giorno.
A terra, nel frattempo, l’esercito nordcoreano occupò Kimpo e Seoul, puntando a superare il fiume Han. I raid della NKAF su Suwon danneggiarono a terra un F-82 e un B-26, bloccando i rifornimenti dei C-54 alla ROK. Questa forte pressione costrinse la FEAF a una scelta strategica fondamentale. L’F-51 Mustang, pur vecchio rispetto all’F-80, si rivelò superiore per autonomia, rapidità di impiego e capacità di operare da piste semi-preparate. Per questo motivo, molti piloti passarono ai Mustang, che erano in dotazione anche alla ROKAF, alla SAAF sudafricana e alla RAAF australiana.
Il 29 giugno, gli F-51 difesero Suwon da un attacco di Yak-9 e Il-10. In questa occasione abbatterono un caccia nemico che puntava al C-54 personale di MacArthur, giunto in ispezione. Quel giorno la NKAF perse circa dieci aerei. In seguito, i combattimenti ad alta quota diminuirono e la FEAF si concentrò sul supporto terrestre e sui bombardamenti strategici con i B-29, affiancati da F-51 e F-80. Nonostante lo sforzo aereo, le truppe alleate dovettero ripiegare nel Perimetro di Pusan.
L’ultimo scontro aereo di rilievo avvenne il 17 luglio su Taejon. Sorpresi da quattro Yak-9, i piloti di F-80 del 35th FBS ingaggiarono un combattimento contro gli avversari. Il capitano Francis Clark con il suo “Salty Dog” e i tenenti Wurster, McKee e Kees abbatterono l’intera formazione nordcoreana. Nonostante il successo nei cieli, Taejon cadde. Nel mese successivo la resistenza si concentrò nel Perimetro di Pusan, sostenuta dai Corsair dei Marines e dai jet Banshee e Panther della US Navy.



Foto: US Navy/ US Marines
La trappola di Inchon e lo sconfinamento oltre il 38° parallelo

Dopo una logorante fase difensiva, il 15 settembre 1950 scattò il piano del generale MacArthur. I Marines sbarcarono a Inchon con il supporto dei Corsair della Navy. Il giorno seguente, il generale Walton H. Walker spezzò il Perimetro di Pusan grazie alla copertura di F-51, B-26 e F-80, consentendo l’avanzata dell’Ottava Armata. Nonostante scontri violentissimi e pesanti perdite a Seoul, le truppe americane e dell’ONU riconquistarono la capitale il 25 settembre. Presi in trappola, i nordcoreani ripiegarono oltre il 38° parallelo entro la fine del mese.
A quel punto, i leader politici decisero di frenare l’avanzata per evitare un’escalation globale. Di conseguenza, rinunciarono all’idea di una vittoria totale contro i comunisti. Sebbene molti generali ritenessero l’invasione del nord l’unica via per chiudere il conflitto, il comando vietò ogni operazione militare a ridosso dei confini con la Manciuria e l’Unione Sovietica.
Nonostante i divieti, si verificarono gravi violazioni dello spazio aereo. Il 27 agosto una coppia di Mustang colpì l’aeroporto cinese di Antung per un errore di rotta, e il 22 settembre un B-29 sconfinò in Cina. Pechino reagì prontamente. Il governo cinese dichiarò che qualunque superamento del 38° parallelo sarebbe stato considerato un’aggressione diretta.
L’incidente più critico si registrò l’8 ottobre del 1951. Un gruppo di velivoli del 49th FBG ricevette l’ordine di attaccare la sacca di resistenza nordcoreana sull’aeroporto di Chongjin.
Il capo formazione dovette rientrare per un guasto meccanico. Di conseguenza, il comando passò a piloti meno esperti. Questi ultimi scambiarono un campo d’aviazione sovietico nei pressi di Vladivostok per l’obiettivo coreano, confondendo inoltre i P-39 presenti a terra con degli Yak. Il violento mitragliamento distrusse gran parte dei velivoli sovietici, scatenando l’immediata reazione politica di Mosca. Gli Stati Uniti si scusarono pubblicamente e rimossero il comandante, mentre i piloti furono trasferiti ad altri reparti. Questo passo falso spinse Josef Stalin a potenziare la presenza aerea sovietica nella regione.
Mentre l’esercito di Kim Il Sung si ritirava in rotta verso i propri confini, compiendo violenze sui civili condannate dall’ONU, il generale Stratemeyer colse l’occasione per rischierare gli F-80 in basi della Corea del Sud. Questa mossa risolse i problemi legati alla loro scarsa autonomia. Il trasferimento favorì anche gli F-51, che potevano così operare sui bersagli con più carburante e aumentare i passaggi d’attacco. Per giorni, B-29, F-80, F-51 e B-26 martellarono le linee di rifornimento, le ferrovie e i porti del nord. Nel frattempo, a terra, le truppe di Syngman Rhee varcarono il 38° parallelo. Wonsan cadde in pochi giorni e il 19 ottobre le forze alleate presero Pyongyang. Ignorando gli avvertimenti di Pechino, le forze sudcoreane occuparono infine Chosan sulla riva del fiume Yalu, raggiungendo il confine con la Cina.
Ali a freccia su Sinuiju: il debutto shock del MiG-15
La prudenza del presidente americano Truman svanì quando l’intelligence segnalò reparti cinesi in Corea del Nord. Inoltre, i ricognitori fotografarono enormi ammassamenti di truppe lungo il fiume Yalu. Con un esercito nordcoreano ormai decimato, Kim Il Sung si era recato a Mosca e a Pechino in cerca di aiuti. Se Stalin si limitò a promesse logistiche e sanitarie, convinto che l’impresa fosse fallimentare, Mao Zedong decise invece di intervenire. Il leader cinese voleva evitare il consolidamento dell’influenza americana in Estremo Oriente.
La notte del 27 ottobre 1950 l’esercito cinese attraversò il fiume Yalu. Con un attacco a tridente, le forze comuniste travolsero i sudcoreani a Chosan e investirono l’Ottava Armata e il X Corpo dei Marines. Nonostante i pesanti bombardamenti di B-29 e Corsair, le linee alleate non ressero. I reparti dovettero ripiegare rapidamente, abbandonando armi e materiali pur di non rallentare la ritirata. Di fronte alla crisi, MacArthur propose il blocco navale della Cina e il coinvolgimento dei nazionalisti taiwanesi. Al contempo, Truman si convinse della necessità di neutralizzare la presenza comunista nell’intera penisola.
Fino a quel momento, nei cieli la situazione era apparsa di routine. I piloti alleati impegnati a martellare i ponti dello Yalu e l’aeroporto di Sinuiju incontrarono una sporadica resistenza da parte di aviatori giudicati poco esperti. Tuttavia, tutto cambiò l’1 novembre. Una squadriglia di F-51 in missione su Sinuiju venne allertata da un T-6 “Mosquito” circa l’avvicinamento frontale di sei velivoli nemici. Il capo formazione americano ordinò di sganciare i carichi esterni per intercettarli, ma i velivoli avversari serrarono le distanze a una velocità sorprendente.
Il comandante aprì il fuoco frontalmente, danneggiando probabilmente un bersaglio, ma l’impatto visivo fu scioccante. Si trattava infatti di macchine robustissime, velocissime e dotate di ali a freccia. I Mustang rientrarono alla base senza danni, ma le descrizioni dei piloti confermarono agli analisti la comparsa del temibile MiG-15.
Per l’intelligence la situazione era complessa. Pur conoscendo l’accordo militare tra Mosca e Pechino, gli analisti sapevano che l’impiego del MiG-15 richiedeva competenze logistiche, meccaniche e di pilotaggio molto elevate. Cinesi e nordcoreani, abituati ai velivoli ad elica, non potevano averle assimilate in tempi così brevi. Di conseguenza, gli esperti conclusero che i MiG-15 operativi fossero pochi e assistiti da istruttori russi in territorio cinese. Da quel giorno, il supporto aereo ravvicinato divenne molto più rischioso e la convinzione di MacArthur di chiudere la guerra entro Natale vacillò sotto i colpi di un esercito comunista solidissimo.
Il 7 novembre si registrò un nuovo scontro quando quattro F-51 intercettarono quattro MiG-15 sopra Antung. Il maggiore Kendall Carson ordinò ai suoi gregari di dividersi. Tuttavia, l’eccezionale velocità permise a tre jet nemici di sganciarsi immediatamente, mentre uno solo rimase ad accettare il duello. Il MiG si portò in coda a Carson, ma il pilota nemico aprì il fuoco in modo impreciso, mancando il bersaglio. Subito dopo, l’avversario commise l’errore di impostare una virata troppo larga. Carson, da veterano, sfruttò l’apertura e mitragliò le ali del MiG-15, che precipitò in fiamme. Questo scontro rappresentò il primo abbattimento assoluto di un MiG-15 della storia. Tuttavia, l’USAF non lo riconobbe mai ufficialmente a Carson poiché il relitto rimase in territorio nemico e i nordcoreani non confermarono la perdita.
La MiG Alley: la guerra dei jet
All’inizio di novembre del 1950, i ricognitori americani individuarono numerosi aviogetti schierati nelle basi nordcoreane vicino alla Manciuria. Per gli analisti era la prova che Josef Stalin stava rifornendo i belligeranti con velivoli di ultima generazione. L’amministrazione Truman accolse la notizia con estrema cautela per evitare il rischio di una Terza Guerra Mondiale. Nonostante i dinieghi ufficiali di Mosca, tra i piloti dell’USAF e dell’ONU crebbe lo spettro della presenza di assi sovietici nei cieli coreani.
Se a terra le forze alleate faticavano, in aria la supremazia restava salda. I bombardamenti su Sinuiju e lungo il fiume Yalu continuavano senza sosta. I B-29 operavano scortati da F-51 e F-80, impegnati anche a silenziare la contraerea, mentre i Corsair dei Marines bersagliavano l’artigliera pesante e le truppe nemiche con il napalm.
L’8 novembre 1950, la routine dei bombardamenti si interruppe bruscamente alla foce dello Yalu. Una formazione imponente di MiG-15 (tra i dieci e i venti esemplari) intercettò i velivoli del 51° FIW, composto da F-51 e F-80. I jet comunisti si divisero e aprirono il fuoco con i potenti cannoni da 37 mm. Pur colti di sorpresa, i piloti americani sfruttarono la superiore esperienza accumulata nella Seconda Guerra Mondiale per contrastare la foga degli avversari. La battaglia si concluse in parità, con danni reciproci ma nessun abbattimento.


Nello stesso giorno, sul versante nord-orientale dello Yalu, il 16° FIS — equipaggiato interamente con F-80C Shooting Star e guidato dal colonnello Evans Stephens — ricevette l’allarme dalla guida radar per l’avvicinamento di circa otto MiG-15 a 18.000 piedi (5.500 metri) di quota. Dopo una serie di manovre acrobatiche dimostrative, i MiG si tuffarono sulla formazione statunitense. Stephens ordinò la separazione della formazione per ingaggiare il nemico. Il tenente Russel J. Brown, del 26° FIS aggregato al reparto, si portò in copertura al suo comandante. Quando un MiG-15 sfilò davanti al muso del suo F-80C per tentare una virata d’attacco, Brown anticipò la manovra e aprì il fuoco con le mitragliatrici da 12,7 mm. Il jet nemico incassò i colpi, lasciandosi dietro una scia di fumo, prima che una seconda raffica lo facesse esplodere in aria. Il tenente Russel J. Brown siglò così il primo storico abbattimento jet-contro-jet della storia dell’aviazione.
La reazione aeronavale non si fece attendere. Gli F-9F-2 Panther dell’US Navy del VF-111 “Sundowners” erano decollati dalla portaerei CV-74 Philippine Sea nel Mar Giallo per colpire ponti e strade. Durante la missione, essi intercettarono un altro gruppo di MiG-15. Il tenente William T. Amen entrò in azione abbattendo un jet nemico e diventando il primo pilota navale a vincere un duello tra aviogetti.
Nonostante i successi, i rapporti dei piloti americani evidenziarono una realtà preoccupante. Il MiG-15 si dimostrava tecnologicamente superiore a qualsiasi caccia occidentale in linea. Fino a quel momento la FEAF aveva prevalso solo grazie al divario d’esperienza tra i propri veterani e i novellini coreani. I nodi vennero al pettine il 10 novembre, quando i MiG-15 intercettarono i B-29 del 307th vicino allo Yalu. I cannoni da 37 mm squarciarono le cellule dei bombardieri come fossero di burro, trasformando la missione in una carneficina.
La vulnerabilità dei bombardieri costrinse l’USAF a vietare l’impiego dei B-29 e dei ricognitori RB-29 lungo la neonata “MiG Alley”. Per ristabilire la superiorità aerea, il generale Hoyt Vandenberg inviò d’urgenza in Estremo Oriente il 27th FEW con i suoi F-84E Thunderjet dal Texas — specializzati nella scorta a lungo raggio — e i moderni intercettori F-86A Sabre del 4° FIW provenienti dalla Virginia. Il trasferimento avvenne via nave in tempi record fino in Giappone, anche se la salsedine corrose diverse cellule durante il viaggio. Inizialmente destinati a Pyongyang e Kimpo, i reparti vennero rischierati a Taegu per sovraffollamento, lasciando solo un distaccamento di 32 F-86A a Kimpo. Alla fine del 1950, la guerra nei cieli della Corea si preparava a entrare nella sua fase più furiosa.
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