
Sommario
- Perché il Vietnam? Le origini del conflitto e la guerriglia
- Le forze in campo: USAF, U.S. Marines e U.S. Navy
- Vought F-8 Crusader: l'ultimo dei "Gunfighters"
- La svolta tecnologica e i limiti dell'F-4 Phantom II
- I successi del Crusader e i ruoli operativi
- La fine di un'era: l'addestramento al duello aereo
- Il Phantom II: la spina dorsale del conflitto
- L'adozione da parte di USAF e Marines
- Confronto tra tecnologie: avionica e armamenti
- I diversi ruoli operativi e i limiti dei missili
- VPAF: la Vietnamese People's Air Force
Perché il Vietnam? Le origini del conflitto e la guerriglia
Per capire le cause che scatenarono questo sanguinoso conflitto dobbiamo tornare a metà degli anni ’50. In quel periodo, sul territorio del Vietnam del Sud si instaurò un governo autoritario filo-americano. Questo avvenne dopo la Conferenza di Ginevra (conferenza fra diversi paesi che volevano terminare le ostilità e riportare la pace nell’Indocina francese e in Corea, Producendo una serie di trattati noti come gli accordi di Ginevra, firmati per la Francia da Pierre Mendès-France e per il Vietnam del Nord da Pham Van Dong).
Il Fronte di Liberazione Nazionale, filo-comunista, si oppose fermamente al governo insediatosi grazie all’aiuto degli americani. Questo gruppo iniziò una serie di azioni terroristiche e di guerriglia, che seminarono morte e distruzione non solo tra i militari ma anche tra i civili.
Queste azioni perpetrate dai Viet Cong (comunisti del Vietnam) indussero i leader americani – da sempre impegnati in una guerra ideologica contro il comunismo – ad incrementare progressivamente le loro forze militari in aiuto al governo sudvietnamita dal 1965 fino al 1972.
Il ruolo delle potenze regionali e globali
La guerra non interessò soltanto le regioni del Sud, ma anche il Laos e la Cambogia (ufficialmente neutrali, ma l’intelligence americana riuscì ad avere riscontri sulla partecipazione delle loro truppe al conflitto). Naturalmente le due potenze comuniste come Cina e URSS appoggiarono da sempre, e con fermezza, i Viet Cong e i Khmer Rossi cambogiani, fornendo loro armi e mezzi.
Nonostante l’enorme spiegamento di uomini e mezzi (coadiuvati anche da Australia, Nuova Zelanda, Filippine, Thailandia e Corea del Sud), gli USA non riuscirono mai a contrastare le truppe comuniste. Nell’aprile del 1973, dopo aver subito moltissime perdite, gli americani lasciarono il Vietnam del Sud al proprio destino, che venne unificato sotto il regime comunista di Hanoi capitale del Vietnam del Nord.
Studiosi e osservatori tra i più imparziali considerano la Guerra del Vietnam come un conflitto dove la più grande superpotenza del mondo non fu capace di battere un esercito piccolo e male equipaggiato come quello nordvietnamita. Un po’ come nel racconto biblico, quando Davide riuscì a battere il gigante Golia, o come nella vita, dove spesso chi ha soltanto muscoli non sempre riesce ad avere la meglio.
Le forze in campo: USAF, U.S. Marines e U.S. Navy
Anche se ne uscirono decisamente sconfitti, per gli americani il Vietnam fu un vero e proprio laboratorio tecnologico. Le forze armate testarono sul campo i progressi scientifici applicati alla tecnica militare, che in quegli anni stavano vivendo uno sviluppo esponenziale.
In particolar modo l’US Navy ebbe l’occasione di testare il nuovissimo caccia supersonico F-4 Phantom II di cui si era appena dotata e che, all’inizio del conflitto, stava via via equipaggiando i propri reparti di volo. Furono appunto le nuove tecnologie a mettere in discussione le strategie e le tattiche di guerra aerea che i piloti americani avevano utilizzato fino ad ora e, soprattutto, perfezionato durante la Guerra di Corea.
Vought F-8 Crusader: l’ultimo dei “Gunfighters”
Durante le prime fasi della Guerra del Vietnam, i piloti con i loro Vought F-8 “Crusader” furono i primi ad entrare in azione, ed i primi ad affrontare i MiG nordvietnamiti nell’aprile del 1965. All’epoca il Crusader era considerato il più agile caccia americano mai costruito. Il progetto risaliva ad una specifica dell’US Navy del 1952 per la richiesta di un caccia supersonico armato con cannoni minimo 20mm.
Dopo l’esperienza sulla “MiG Alley” (vedi articolo di AeroStoria – Jet in Corea: “La Mig Alley” (Cap. 1, 2 e 3) si optò per un calibro maggiore data la scarsa efficacia del classico calibro 12,7 in dotazione a tutti i caccia americani del periodo contro i robusti MiG di costruzione sovietica.
L’F-8 andò ad equipaggiare i Marines, che lo usarono sia come caccia per supporto alle truppe (supporto tattico) che come caccia bombardiere, e l’US Navy, che lo usava sia per missioni CAP (Combat Air Patrol – difesa della flotta) e anche per missioni di ricognizione.
Considerato come la punta di diamante dell’aviazione imbarcata americana, era tanto agile quanto pericoloso e difficile da pilotare, soprattutto durante gli appontaggi. Ma i piloti avevano imparato a domarlo: la sua robustezza ed agilità furono doti che fecero mettere in secondo piano il “pessimo carattere” del velivolo.
Possiamo considerarlo come l’ultimo discendente di quella serie di caccia detti “caccia diurni” il quale scopo era quello di intercettare altri caccia nemici, un intercettore puro il quale compito era d’impegnarsi nei “Dogfight” sui cieli nemici.
Anche la “forma mentis” dei piloti di Crusader era diversa: come il loro velivolo, essi erano i diretti discendenti, a loro volta, di quella generazione di piloti da caccia addestrati ai duelli aerei. Il loro cannone era la loro arma principale e per questo erano chiamati “Gunfighters”, e i duelli ravvicinati aria-aria il loro mestiere.
La svolta tecnologica e i limiti dell’F-4 Phantom II
I piloti della generazione F-4 non avevano un addestramento al combattimento manovrato. Il loro compito, basato sulla tecnologia del velivolo, era agganciare il nemico a lunga distanza con il radar di bordo, sganciare i nuovi missili infrarossi o a guida radar e dileguarsi in modo supersonico.
L’eliminazione delle tattiche di scontro manovrato dai corsi di volo creò piloti “super tecnologici”, ma vulnerabili. I nordvietnamiti ne compresero il deficit e cercarono lo scontro diretto ravvicinato nei cieli del Vietnam. Questo rese inefficaci i missili a media e lunga gittata statunitensi, lasciando i Phantom disarmati. Il progetto originale del Phantom prevedeva infatti i missili a guida radar come arma principale, senza l’installazione di un cannone per il combattimento ravvicinato.
Quando le perdite di F-4 divennero molto pesanti, si decise di cambiare strategia. Inizialmente i Phantom vennero equipaggiati con dei “Gun Pod” esterni; successivamente arrivarono i modelli F-4E, dotati finalmente di un cannone interno Vulcan M61 da 20mm che colmò questa lacuna.
I successi del Crusader e i ruoli operativi
Complessivamente, durante la guerra, gli equipaggi dei Crusader abbatterono 16 MiG-17 (per approfondire le particolarità e la tecnica del MiG-17 ti invito a leggere l’articolo di AeroStoria – Dagli archivi del Reich ai cieli di Corea: la tecnologia segreta dietro il MiG-17) e 3 MiG-21, con la perdita di soltanto 3 velivoli. Di solito operavano da portaerei classe Essex, mentre i Marines decollavano dalle basi nel Vietnam del Sud per missioni di appoggio tattico.
La Navy usò il Crusader più a lungo, fino al 1970, ordinando programmi di ammodernamento per tenerlo al passo coi tempi. L’F-8 era infatti adatto ad operare anche da portaerei classe Essex o Midway, vettori sui quali il successore Phantom II non poteva operare.
La Vought utilizzò l’F-8 anche come punto di partenza per il progetto A-7 Corsair II, un caccia da attacco al suolo che nel dicembre del 1967, con il VA-147, sostituì nel conflitto il più leggero A-4 Skyhawk.
La Navy impiegò le versioni “A” e “B”. Data la validità della macchina, l’USAF lo utilizzò in Vietnam per l’appoggio tattico e per le missioni “Sandy”: si trattava di supportare gli elicotteri durante le missioni CSAR (Combat Search And Rescue) per il recupero di truppe, feriti o piloti che, dopo essersi eiettati con i seggiolini, atterravano in territorio nemico.
La fine di un’era: l’addestramento al duello aereo
L’asso degli F-8 John Nichols fu l’ultimo pilota ad essere stato addestrato al combattimento manovrato. Nel 1960 la FAGU (Fleet Air Gunner Unit), l’unità che racchiudeva tutte le esperienze dei “Gunfighters”, venne definitivamente chiusa.
Nichols custodiva competenze che nell’era del missile si credevano ormai obsolete. Purtroppo, molti piloti di nuova generazione compresero a loro spese in Vietnam che quelle nozioni erano invece di vitale importanza nelle azioni di guerra reali.
Il Phantom II: la spina dorsale del conflitto
Il progetto del Phantom II nacque da una specifica del 1952 dell’US Navy per un caccia intercettore imbarcato, che inizialmente diede vita all’F-3 “Demon”. Il Demon ebbe scarso successo: fu costruito attorno al turbogetto Westinghouse J40 – considerato il miglior motore dell’epoca – che però si rivelò del tutto inaffidabile. Douglas e McDonnell unirono quindi le forze e usarono il Demon come base per sviluppare l’F-4, che cambiò forme e denominazioni prima di raggiungere l’aspetto definitivo.

Dal 1960 l’US Navy ricevette i primi modelli di serie F-4H-1. Erano veri “gioielli di titanio”, materiale usato per la prima volta su un aereo per stabilizzatori, timone e per la sezione posteriore che ospitava i due motori General Electric J79 da 70kN di spinta. Nel febbraio del 1961, il primo reparto di F-4 versione “B” (il VF-121 di stanza a Miramar, California) era già operativo (“Combat ready”).
L’adozione da parte di USAF e Marines
Nel luglio del 1961 anche l’USAF si interessò al velivolo per sostituire i propri F-105 “Thunderchief”, ormai prossimi al ritiro dalla prima linea. Verso la fine del 1963 l’aviazione ufficializzò l’acquisto di 583 Phantom II nella versione “C”, che differiva dall’F-4B quasi solo per modifiche all’avionica e alle dotazioni elettroniche. Nel marzo del 1965 anche i Marines ordinarono un quantitativo di F-4B insieme alla variante per la ricognizione tattica RF-4B.
Il Phantom II divenne così il cacciabombardiere standard di tutte e tre le forze armate americane. Pur condividendo la stessa linea esteriore, ogni operatore personalizzò il mezzo per le proprie esigenze specifiche. Poco dopo l’ingresso in prima linea, il team McDonnell-Douglas sviluppò versioni migliorate: l’F-4J divenne la variante definitiva per US Navy e Marines, mentre l’USAF ottenne i suoi validi F-4D.
Confronto tra tecnologie: avionica e armamenti
I Phantom II erano all’avanguardia e sicuramente qualche generazione avanti rispetto ai MiG nordvietnamiti. L’elettronica e l’avionica di bordo offrivano il meglio della tecnologia dell’epoca:
- Radar: il modello AN/APR – 30/32 con guida missili attiva.
- Sistema di allarme RHAWS: avvisava l’equipaggio con tempestività sui missili in arrivo (SAM).
- Controllo del fuoco: l’apparato AN/AWG-10 gestiva tutti i missili aria-aria.
L’armamento degli F-4B/J si affidava interamente a quattro missili a ricerca termica Sidewinder a corto raggio, alloggiati sui piloni subalari, e a quattro Sparrow a lunga gittata e a guida radar, inseriti in apposite gondole sotto la fusoliera.
Al contrario, gli F-4 C/D della US AIR FORCE utilizzavano un radar simile ma modificato per puntare i bersagli a terra. L’USAF impiegava spesso queste versioni come caccia di scorta per i bombardieri B-52 e come cacciabombardieri per le missioni CAS (Close Air Support), sfruttando una capacità di carico di 7,5t. di bombe.
I diversi ruoli operativi e i limiti dei missili
In sostanza, le tre forze armate dividevano così i compiti dei Phantom:
- USAF: li usava prevalentemente come caccia multiruolo.
- Marines: li impiegava per il supporto tattico avanzato alle truppe di terra e per la ricognizione tattica grazie ai loro RF-4B.
- US Navy: li destinava all’attacco e alla difesa della flotta nelle tipiche missioni CAP (Combat Air Patrol).
Data la mancanza di un cannone, il Phantom non si adattava bene al ruolo di intercettore puro, ma operava come intercettore a medio/lungo raggio.
I missili si dimostrarono affidabili solo fino a prova contraria. I Sidewinder di prima generazione sfruttavano la ricerca IR (infrarossa), ma le nuvole e la pioggia li disturbavano spesso durante il lancio; a volte i sensori si concentravano persino su bersagli “impossibili” come il Sole. Il loro raggio d’azione era di 3,5km.
Lo Sparrow a lunga gittata aveva un raggio d’azione di 45km e usava un sistema di guida radar abbastanza valido, ma risultava virtualmente inutile contro bersagli che si muovevano entro un raggio inferiore ai 1500 m. I racconti dei piloti veterani sono colmi di episodi in cui i missili facevano cilecca o deviavano in altre direzioni dopo il lancio. Molti piloti dovettero lanciare più volte prima di colpire il bersaglio, rimpiangendo la mancanza del cannone.

VPAF: la Vietnamese People’s Air Force
Per quanto concerne l’aviazione del Vietnam del Nord, o meglio la VPAF (Vietnamese People’s Air Force – Khong Quan Nhan Dan Viet Nam), la sua fondazione risale al 1940 praticamente dal nulla, sotto l’egida delle due potenze socialiste quali URSS e Cina. Ciononostante, all’inizio delle ostilità dopo l’incidente del Golfo del Tonchino nel 1964, la VPAF contava un solo reggimento di MiG-17, ed infatti furono questi a dare il “benvenuto” agli aerei dell’USAF e dell’USNavy durante le fasi iniziali.
Il mistero del Golfo del Tonchino
Per molti studiosi, l’incidente del Tonchino è considerato una sorta di pretesto da parte degli USA per iniziare la guerra. Il capro espiatorio per iniziare gli attacchi fu una vicenda accaduta il 2 Agosto 1964, allorché il cacciatorpediniere MADDOX, al largo del Golfo del Tonchino in missione di intercettazione radio ed elettronica, venne attaccato da motosiluranti comuniste. Naturalmente il cacciatorpediniere reagì richiedendo il soccorso aereo e difendendosi con le cannoniere di bordo, che provocarono dei danni alle imbarcazioni nordvietnamite. Tuttavia i caccia F-8 Crusader decollati dalla Ticonderoga, giungendo nell’area dell’attacco, non rilevarono assolutamente nulla.
Due giorni dopo, il 4 Agosto 1964, durante una missione notturna, il cacciatorpediniere Turner Joy segnalò al comando della US Navy un attacco da parte di imbarcazioni non identificate. I marinai spararono in acqua sicuri di avere visto il nemico, ma all’esame del sonar non vennero rilevate tracce di imbarcazioni di alcun genere. Questo avvenimento rimane ancora uno dei più fitti misteri della Guerra del Vietnam sul quale nessuno riuscirà più a far luce.
Tuttavia, questo avvenimento diede un tacito permesso agli americani ad effettuare dei bombardamenti a nord del 17° parallelo al fine di colpire obiettivi militari comunisti, avviando di fatto la guerra.
L’addestramento e lo sviluppo dei reparti nordvietnamiti
La VPAF impiegò i MiG-17 per la difesa dello spazio aereo. I piloti di questi velivoli, decisamente inferiori per numero e avanzamento tecnologico rispetto ai mezzi degli USA, ricevevano il loro addestramento in Russia o in Cina. Anche per i paesi del Patto di Varsavia la Guerra del Vietnam funzionò da laboratorio geopolitico e tecnologico: il conflitto diede un notevole impulso allo sviluppo tecnico, alla produzione aeronautica e allo studio di nuove tattiche, cambiando i principi stessi dell’uso della forza aerea.

Per i piloti nordvietnamiti la situazione si presentava complessa, poiché il passaggio dal volo a elica a quello supersonico avvenne senza la gradualità tipica dei paesi occidentali. L’addestramento era duro e intensivo, un salto generazionale paragonabile al passare da un giorno all’altro da un triciclo a una Ferrari da Formula 1. I piloti dimostrarono grande determinazione e coraggio, acquisendo una solida esperienza sul campo e trasmettendo questo prezioso bagaglio di conoscenze alle nuove leve che andavano in battaglia per la prima volta.
Il Mikoyan-Gurevich MiG-17 si dimostrò un buon caccia, agile e robusto, ma non era totalmente supersonico. Rappresentò una macchina di transizione verso il successivo MiG-19, capace di superare la barriera del suono anche in volo rettilineo livellato.
La nascita dei reggimenti di volo della VPAF
La costituzione di una forza aerea efficace in Vietnam del Nord avvenne per gradi attraverso tappe precise:
- Febbraio 1964: Mosca cedette 64 velivoli, tra cui i caccia MiG-17 e i biposto da addestramento MiG-15 UTI. Questi aerei costituirono il 921° reggimento da caccia “Sao Do” (IAP) di base ad Hanoi, pilastro iniziale della difesa aerea nordvietnamita.
- L’aliquota elicotteri: il comando inviò altri 64 piloti in Russia per formare un reparto di elicotteri. Tutti superarono brillantemente il corso, ma rimasero temporaneamente a terra per la mancanza iniziale di mezzi, carenza a cui Cina e URSS provvidero poco dopo.
- Il 923° reggimento: un gruppo di 30 allievi rientrò da Krasnodar, in Unione Sovietica, per formare l’élite del 923° reggimento da caccia “Yen Il”, un reparto su MiG-17 altamente specializzato in territorio russo.
- L’arrivo del MiG-21: circa una decina di piloti ottenne l’abilitazione al MiG-21, un caccia intercettore supersonico molto valido che andò ad equipaggiare il 921° “Sao Do”, trasformandolo in un reparto misto di MiG-17 e MiG-21. (per approfondire le particolarità e la tecnica del MiG-21 ti invito a leggere l’articolo di AeroStoria – Mikojan-Gurevič MiG-21: La Filosofia del “Siluro Volante).
I caccia dell’Est: MiG-21 e MiG-19
Il MiG-21 era un caccia con ala a delta che faceva bene il suo mestiere, considerato temibile dai piloti occidentali se ben pilotato. La Cina lo costruì anche su licenza con la denominazione J-7; questo modello detiene il primato di caccia bisonico più prodotto della storia dell’aviazione, con circa 10.000 esemplari totali. Essendo un caccia tanto robusto quanto complesso, inizialmente solo pochi piloti nordvietnamiti poterono volarci.
La situazione cambiò con l’istituzione in Vietnam del 910° reggimento di addestramento caccia “Julius Fucic” (un intellettuale comunista), equipaggiato con i biposto MiG-15 UTI. Questa unità diede alla VPAF l’opportunità di addestrare i piloti direttamente in patria. Si aprì così la possibilità di avere a disposizione nuovi piloti da valutare anche per il MiG-21; infatti, già nel 1968, il loro numero era aumentato considerevolmente.
A questo punto la VPAF era diventata una forza aerea completa, capace di addestrare autonomamente il personale e di schierare aeroplani efficienti e soprattutto robusti. Basti pensare che nessun caccia occidentale, a differenza di quelli sovietici, poteva operare da piste tra le più primitive del mondo e senza esigenze particolari per quanto concerne la manutenzione e la gestione di terra.
Il quadro si completò definitivamente nel febbraio del 1969 con la nascita di un ulteriore reparto: il 925° reggimento da caccia sull’aeroporto militare di Yen Bai, equipaggiato con MiG-17 e J-6 (versione cinese del MiG-19). Il comando sceglieva i membri di questo reparto tra i piloti di MiG-21 e MiG-17 di formazione interamente sovietica, insieme ad alcuni piloti addestrati presso il 910°.
La “Rondine d’argento” e le tattiche antinave
Il MiG-19, chiamato “Rondine d’argento” dai piloti, era un cacciabombardiere supersonico validissimo. Anche se non privo di difetti, i piloti lo amavano particolarmente e il velivolo diede un contributo importante alla causa nordvietnamita. Nel 1971 il comando selezionò dieci piloti di MiG-19 della VPAF per speciali missioni di attacco.
In questo contesto, Hanoi e Havana stipularono un accordo che prevedeva l’invio da parte di Fidel Castro di un istruttore cubano e del relativo personale tecnico. Il loro compito era aiutare i piloti nordvietnamiti a sviluppare tattiche di bombardamento contro le navi americane; questo permise al 923° Rgt di avere in organico reparti addestrati per colpire obiettivi in mare.
Il tallone d’Achille americano
Uomini e mezzi erano pronti alla difesa e all’attacco, ma mancava ancora il perfezionamento delle tattiche. I tentativi di interrogare gli equipaggi degli F-4 catturati si rivelarono un flop: i piloti americani, coraggiosissimi, seppero fornire informazioni fuorvianti o del tutto false. Il comando nordvietnamita decise allora di favorire lo scambio diretto di esperienze tra i piloti veterani e i giovani, organizzando incontri periodici che spesso si tenevano negli aeroporti all’interno di capanne di bambù di fortuna.
Ben presto ufficiali e piloti compresero che gli americani avevano un preciso tallone d’Achille: il combattimento manovrato ravvicinato. La tattica dei nordvietnamiti si mosse in questa direzione, portando i reparti a sviluppare uno stile di volo a volte molto aggressivo.
Il 17 gennaio del 1973 gli accordi di pace siglati a Parigi misero fine una volta per tutte al coinvolgimento americano nel conflitto. Fino a quel momento, il cielo del Vietnam del Nord aveva fatto da teatro ai più duri e sanguinosi combattimenti aerei dell’epoca: veri e propri duelli supersonici al limite della resistenza, dove i piloti, al di là del loro schieramento, rimasero i veri protagonisti nella lotta per la supremazia dei cieli.









