
Ci sono aeroplani che nascono per rispondere a un requisito operativo. E poi ci sono aeroplani che costringono gli ingegneri a ripensare il modo stesso in cui un aereo può volare.
L’Harrier appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
La sua storia comincia nel Regno Unito alla fine degli anni Cinquanta, in piena Guerra Fredda. Il problema era concreto: come garantire a un aereo militare la possibilità di operare anche quando le tradizionali piste fossero diventate inutilizzabili o vulnerabili?
La risposta avrebbe richiesto un sistema di propulsione completamente diverso da quello dei caccia convenzionali. Il risultato fu uno dei progetti più audaci della storia dell’ingegneria aerospaziale: un velivolo capace di decollare verticalmente, rimanere sospeso a velocità zero, muoversi lateralmente e poi trasformare progressivamente la propria spinta in propulsione orizzontale.
Il cuore di tutto era il motore Pegasus.
Ma l’Harrier non fu semplicemente un aereo equipaggiato con un motore particolare. Fu una macchina progettata attorno a quel motore, invertendo il normale processo progettuale.
Ed è proprio questa scelta a rendere la sua storia così interessante.
L’idea che arrivò dalla Francia
La prima intuizione apparteneva al progettista aeronautico francese Michel Wibault.
Nel 1956 Wibault brevettò il concetto di un velivolo nel quale una turbina azionava quattro soffianti orientabili. L’idea era semplice da descrivere, ma estremamente complessa da realizzare. Durante il decollo, il flusso d’aria sarebbe stato deviato verso il basso. Durante il volo orizzontale, invece, sarebbe stato orientato all’indietro.
Il principio era quello della spinta vettoriale “vectored thrust” termine coniato dal Prof. Theodore von Kármán che intanto stava studiando un progetto analogo per conto della MWDP (Mutual Weapons Development Agency). L’idea venne inizialmente scartata in Francia e successivamente presentata alla NATO. Qui attirò l’attenzione di Sir Stanley Hooker, direttore tecnico della Bristol Engine Company.
Hooker, insieme al suo gruppo di ingegneri e in particolare a Gordon Lewis, comprese che il principio di Wibault era valido. Venne quindi utilizzato un Bristol – Siddeley BE.25 da 8000 sHP modificato con quattro ventole centrifughe orientabili a 90° verso il basso. Questo motore servì come banco di prova per ulteriori studi e applicazioni .

Il problema era però la complessità meccanica.
Quattro soffianti esterne richiedevano alberi di trasmissione e un sistema estremamente pesante. La soluzione fu quindi radicale: eliminare le soffianti e riprogettare il motore affinché fosse lo stesso propulsore a espellere il flusso attraverso quattro ugelli rotanti.
Gli ugelli sarebbero stati collegati direttamente alla turbina.
Da questa intuizione nacque il Bristol BE.52 Orpheus, brevettato il 29 gennaio 1957 a firma di Michel Wibault e Gordon Lewis, responsabile del programma V/STOL della Bristol. Gli ingegneri britannici non si fermarono qui: il progetto fu ulteriormente affinato fino allo sviluppo del BE.53 da 5.000 kg/s di spinta, il celebre propulsore ribattezzato “Pegasus”.
Un motore senza un aereo
Mentre l’industria motoristica, guidata da Stanley Hooker, perfezionava il motore Pegasus, l’ufficio progetti della Hawker si rese conto della necessità di una cellula capace di ospitarlo. Sotto la supervisione del capo progettista Sir Sydney Camm e grazie al lavoro di Ralph Hooper, nel settembre del 1959 prese forma il disegno definitivo del prototipo subsonico: l’Hawker P.1127. Sebbene il governo britannico avesse accolto inizialmente l’iniziativa con freddezza negando i finanziamenti statali, i voli del prototipo dimostrarono la fattibilità del decollo verticale. Questo successo spinse la NATO a emanare la celebre specifica NBMR-3 (NATO Basic Military Requirement 3) per un caccia tattico V/STOL, gettando le basi per i successivi sviluppi supersonici del concetto.

Nonostante le incertezze iniziali, il Ministry of Aviation britannico ne riconobbe la validità ordinando i primi esemplari di pre-serie, ribattezzati Kestrel. Il 21 ottobre 1960 il collaudatore A.W. “Bill” Bedford completò il primo decollo verticale, seguito dal primo volo convenzionale il 13 marzo 1961 con il propulsore Pegasus 2 (BE.53/3) da 5.125 kg di spinta. Visti gli eccellenti risultati, il programma si ampliò con l’ordine di nove Kestrel F(GA) Mk.1, equipaggiati con il più potente Pegasus 5 (BS.53/2) da 7.030 kg di spinta.

Il Genio Ingegneristico di Sir Sydney Camm
Sir Sydney Camm è considerato uno dei più prolifici e straordinari geni della storia dell’aviazione mondiale. Con le sue
intuizioni protesse l’intera evoluzione del volo militare britannico, firmando ben 52 progetti separati che portarono alla
produzione di oltre 26.000 aeromobili.
Una vita dedicata a grandi progetti
La sua incredibile carriera gli permise di dominare ben quattro ere tecnologiche differenti: negli anni Venti progettò
biplani ad alte prestazioni in legno, tela e metallo come l’Hawker Hart e l’Hawker Fury; negli anni Trenta e Quaranta creò
i caccia monoplani con motore a pistoni della Seconda Guerra Mondiale, tra cui il leggendario Hawker Hurricane che
abbatté la maggior parte dei velivoli della Luftwaffe durante la Battaglia d’Inghilterra, oltre ai cacciabombardieri
Typhoon e Tempest; negli anni Cinquanta guidò la transizione della Hawker verso i motori a getto disegnando il Sea
Hawk e l’Hawker Hunter; negli anni Sessanta concluse la sua carriera gettando le basi del decollo verticale con il
prototipo P.1127 e il concetto iniziale dell’Harrier.

La Filosofia Ingegneristica: “If it looks right, it is right”
Camm era famoso per il suo carattere esigente, pragmatico e intransigente, combinato con un innato senso artistico per
l’aerodinamica. Rifiutava le complicazioni tecnologiche fini a se stesse. Quando gli ingegneri proposero sistemi
elettronici complessi per la transizione dell’Harrier, pretese che il controllo degli ugelli rimanesse puramente meccanico,
mediante una leva d’acciaio mossa direttamente dal pilota.
Sir Sydney Camm venne nominato Cavaliere dalla Regina Elisabetta II nel 1953 per i suoi immensi servizi all’aviazione.
Si ritirò dal ruolo di capo progettista nel 1965, lasciando il testimone al suo brillante allievo Ralph Hooper, pur
rimanendo nel consiglio di amministrazione della Hawker Siddeley. Prima di morire improvvisamente a 72 anni nel
marzo del 1966 al Richmond Golf Club, stava già studiando i disegni concettuali per un caccia ipersonico da Mach 4.
La sua vita coprì un arco temporale sbalorditivo: iniziò costruendo alianti fatti a mano nel 1912 e morì pianificando il volo a
quattro volte la velocità del suono.
Il Tripartite Evaluation Squadron

I velivoli di pre-serie andarono a equipaggiare una squadriglia sperimentale congiunta tra Regno Unito, Germania Ovest e Stati Uniti (questi ultimi ne acquistarono tre esemplari, rinominandoli XV-6A). Nonostante l’iniziale ritirata dei partner internazionali dall’acquisto immediato, la Royal Air Force britannica continuò a credere fermamente nel progetto.
Il modello definitivo, battezzato Harrier GR.1, entrò ufficialmente in servizio il 1° aprile 1969: una pietra miliare nella storia dell’aviazione militare, che lo consacrò come il primo cacciabombardiere a decollo verticale di successo al mondo.
Negli anni Settanta, le straordinarie capacità del mezzo attirarono l’interesse della Royal Navy, alla ricerca di un velivolo da imbarcare sulle nuove portaerei della classe Invincible, più compatte e prive delle classiche catapulte di lancio. Da questa esigenza nacque la variante navale Sea Harrier FRS.1, integrata con un muso rialzato per ospitare il radar di bordo e costruita con materiali ad alta resistenza alla corrosione salina.
Architettura della Cellula
La caratteristica visiva più evidente del caccia Hawker Siddeley Harrier è l’ala alta a freccia con un marcato angolo diedro negativo (inclinata verso il basso). Questa specifica scelta ingegneristica serve a:
- Contrastare l’eccessiva stabilità laterale indotta dalla fusoliera.
- Facilitare e ottimizzare il controllo del rollio in volo.
Al centro della fusoliera dell’aereo si trovano i quattro ugelli orientabili del motore, posizionati in modo simmetrico rispetto al centro di gravità del velivolo.
Per fare spazio a questi grandi scarichi laterali e alle enormi prese d’aria anteriori a forma di “D”, i progettisti hanno dovuto abbandonare la configurazione classica. Hanno quindi introdotto un insolito carrello d’atterraggio a bicicletta, composto da due ruote principali in tandem sotto la fusoliera centrale e due piccoli stabilizzatori retrattili posizionati alle estremità delle ali.
Come Funziona il Motore Rolls-Royce Pegasus
Il nucleo tecnologico del velivolo risiede nel suo sistema di propulsione. Il motore turboventola Rolls-Royce Pegasus gestisce le prestazioni dividendo il flusso d’aria in due parti distinte:
- Flusso d’aria fredda: generato dal “fan” (la ventola anteriore) e convogliato direttamente verso i due ugelli anteriori.
- Flusso d’aria calda: prodotto dalla camera di combustione e dalla turbina, che viene espulso dai due ugelli posteriori.

I quattro ugelli direzionali sono collegati tra loro meccanicamente tramite catene e alberi di trasmissione flessibili. Questo sistema permette di ruotarli in modo sincrono da 0 gradi fino a un massimo di 98,5 gradi. Grazie a questa escursione termica e angolare, l’Harrier è in grado di effettuare il decollo verticale e persino di volare all’indietro a bassa velocità.
I Problemi Tecnici nello Sviluppo del Caccia V/STOL
Durante la delicata fase di sviluppo e sperimentazione, il team di ingegneri aeronautici ha dovuto risolvere complessi problemi di aerodinamica e termodinamica:
- Effetto suolo (effetto ventosa – suckdown): generava una zona di bassa pressione sotto la pancia del velivolo vicino al terreno. Questo fenomeno richiedeva una spinta extra del motore Pegasus proprio nella fase critica dell’atterraggio.
- Instabilità direzionale a bassa velocità: tra i 30 e i 60 nodi, l’aereo tendeva ad allinearsi al flusso d’aria laterale come una banderuola, complicando il controllo del pilota.
- Limiti termici e di potenza: i ridotti margini di spinta costringevano il propulsore al limite termico durante le giornate calde o in alta quota, riducendo drasticamente il carico utile di armamento e carburante.
- Ingestione di gas di scarico caldi (HGI): il ricircolo dei gas combusti ad alta temperatura provocava pericolosi stalli del compressore vicino al suolo. Questo problema critico ha richiesto anni di affinamento aerodinamico sulle prese d’aria e sul ventre della fusoliera.

L’Ingegneria dell’Harrier: Prese d’Aria e Gestione Termica del Motore Pegasus
Per superare i severi limiti fisici imposti dal volo verticale (tecnologia V/STOL), gli ingegneri della Hawker e della Bristol dovettero inventare soluzioni meccaniche e metallurgiche d’avanguardia. Tra i traguardi ingegneristici più sofisticati del progetto spiccano:
- Le prese d’aria a geometria variabile.
- Le leghe metalliche avanzate per la gestione delle alte temperature.
Il Dilemma Aerodinamico del Volo Verticale e Orizzontale
Il motore Rolls-Royce Pegasus presentava un complesso problema di fluidodinamica legato alla conformazione delle prese d’aria anteriori:
- Durante il volo stazionario (hovering): il motore necessitava di aspirare un enorme volume d’aria da ogni direzione. Questo richiedeva bordi della presa d’aria spessi e arrotondati per evitare lo stallo del compressore.
- Durante il volo orizzontale ad alta velocità: quei bordi spessi avrebbero generato una resistenza aerodinamica intollerabile, Servivano quindi bordi sottili e affilati.
Il problema delle prese d’aria
La soluzione iniziale applicata sui prototipi Hawker P.1127 avanzati e sui Kestrel fu radicale: l’utilizzo di paratie in gomma gonfiabili (Inflatable Intake Lips) installate sulle prese d’aria.

In fase di decollo e stazionario, un sistema pneumatico prelevava aria dal compressore per gonfiare i cuscinetti in gomma, garantendo un profilo rigonfio e ottimizzato. In volo orizzontale, il pilota sgonfiava le paratie tramite un comando in cabina, facendo aderire la gomma alla struttura metallica per ripristinare un profilo sottile.
A causa della rapida usura della gomma, costantemente soggetta a sbalzi termici e agenti atmosferici, il sistema venne drasticamente modificato:
- Harrier GR.1 di serie: introdusse i portelli ausiliari a molla (blow-in doors), eliminando i problemi della gomma. Questi portelli si aprivano automaticamente per depressione solo alle basse velocità.
- Harrier GR.3 e AV-8B Harrier II: mantennero e perfezionarono questa tecnologia meccanica per ottimizzare il flusso d’aria in ogni regime di volo.
La Sfida della Gestione del Calore negli Ugelli di Scarico
Un altro ostacolo critico per l’ingegneria aeronautica dell’epoca era la gestione delle temperature estreme. Gli ugelli posteriori del motore Pegasus espellevano gas di scarico a temperature superiori ai 650-700 °C.
A queste condizioni, l’uso dell’alluminio o dei normali acciai aeronautici era totalmente impossibile a causa degli elevati rischi di fusione, cedimento strutturale e deformazione. Questo spinse i progettisti a utilizzare leghe speciali super-resistenti per garantire la sicurezza del velivolo.
Segreti Metallurgici del Motore Pegasus: Le Superleghe Nimonic
La vera rivoluzione dell’Hawker Siddeley Harrier non risiedeva solo nella sua aerodinamica, ma nelle tecnologie dei materiali sviluppate per resistere a sollecitazioni termiche senza precedenti. Per difendere i componenti critici dal calore distruttivo, l’industria aerospaziale britannica ha dovuto ridefinire i confini della metallurgia.

(Foto: JAMIE H)
Contro lo Scorrimento Viscoso: Il Ruolo del Nichel e del Cromo
Nelle sezioni più sollecitate del propulsore, come la turbina e i condotti di scarico posteriori, gli acciai convenzionali avrebbero ceduto in pochi istanti. Gli ingegneri scelsero quindi di affidarsi alle superleghe a base di nichel della famiglia Nimonic (utilizzando specificamente le varianti Nimonic 75 e Nimonic 90).
Questa innovativa formulazione metallurgica unisce nichel, cromo e titanio per offrire vantaggi unici:
- Resistenza assoluta al Creep: blocca lo scorrimento viscoso, ovvero la tendenza dei metalli a deformarsi lentamente e permanentemente se sottoposti a sforzi meccanici prolungati ad alte temperature.
- Integrità strutturale: preserva la rigidità dei componenti anche quando si opera sotto tensioni estreme e in presenza di flussi termici incandescenti.
Schermature in Titanio e Sistemi di Raffreddamento Pneumatico
Il calore radiante degli scarichi rappresentava una minaccia costante anche per la cellula del velivolo. Per proteggere le zone della fusoliera più vicine agli ugelli caldi, vennero implementate due soluzioni distinte:
- Scudi termici multistrato: realizzati in titanio non legato, posizionati strategicamente per isolare la struttura in alluminio dell’aereo.
- Velo d’aria protettivo (Boundary Layer Air): un flusso costante di aria fredda, spillato direttamente dagli stadi anteriori del compressore, che scorreva all’interno degli ugelli creando un cuscinetto isolante tra i gas di scarico e il metallo.
L’Iniezione d’Acqua Distillata per una Spinta Extra
Con l’evoluzione del caccia V/STOL, la necessità di incrementare la spinta nelle fasi più critiche del volo ha portato all’introduzione di un sistema di iniezione d’acqua distillata.
Questo dispositivo spruzzava il liquido direttamente all’interno della camera di combustione e sullo statore della turbina. L’evaporazione immediata abbatteva la temperatura interna del propulsore, consentendo di incrementare la portata del carburante senza rischiare la fusione dei componenti. Il serbatoio di bordo garantiva circa 90 secondi totali di autonomia, fondamentali per completare in sicurezza il decollo e l’atterraggio verticale.
Schema della spinta vettoriale dell’Harrier

DECOLLO VERTICALE: 1. Il pilota predispone il velivolo al decollo abbassando gli ugelli; 2. Mentre gli ugelli dirigono la loro spinta all’indietro , i dispositivi ipersostentatori si ritraggono e il velivolo si solleva; 3. Una volta in volo, l’Harrier si comporta come qualsiasi altro aereo da caccia; le sue dimensioni ridotte e il potente motore gli conferiscono inoltre un’eccezionale manovrabilità.
DECOLLO CORTO: 1. Con il motore al
55% della potenza , il pilota esegue i controlli pre-decollo; 2. I motori sono inclinati di 10° predisponendo il velivolo allo STO; 3.Il pilota aziona la manetta al massimo , rilascia i freni e rulla sulla pista. 4. il velivolo decolla in meno di 300 metri (con il massimo carico bellico).
La Prima Generazione di Harrier
L’Evoluzione del Jump Jet: Dal Limitato AV-8A al Letale AV-8B Harrier II
Il passaggio dalla prima generazione dell’Harrier (AV-8A) alla seconda (AV-8B) non è stato un semplice aggiornamento di mezza vita, ma una vera e magica rivoluzione ingegneristica.
Pur mantenendo la stessa impostazione concettuale e l’architettura di base del motore Rolls-Royce Pegasus, la McDonnell Douglas è riuscita a raddoppiare il carico utile e il raggio d’azione del velivolo. Questo risultato straordinario è stato ottenuto lavorando sull’aerodinamica avanzata, sui materiali compositi e sull’avionica digitale.
Le Innovazioni Chiave della Seconda Generazione
Per trasformare un caccia leggero e difficile da pilotare in una piattaforma d’attacco stabile e letale, gli ingegneri si sono concentrati su tre macro-aree:
- L’Ala in Fibra di Carbonio: L’AV-8B è stato uno dei primi aerei militari a fare un uso massiccio di materiali compositi. La nuova ala, più grande e con un profilo supercritico, ha ridotto drasticamente il peso della struttura aumentando la portanza e la capacità dei serbatoi interni di carburante.
- Dispositivi LIDS (Lift Improvement Devices): Sotto la pancia della fusoliera sono stati installati dispositivi di miglioramento della portanza. Queste barriere catturano i gas di scarico caldi riflessi dal terreno, creando un “cuscino d’aria” che genera una spinta verticale extra (Vedi foto).
- Abitacolo ed Ergonomia “Hotas”: La cabina di pilotaggio dell’AV-8B è stata completamente riprogettata e sollevata per garantire una visibilità a 360 gradi. L’introduzione di display digitali multifunzione e dei comandi sul joystick (HOTAS) ha ridotto drasticamente il carico di lavoro del pilota nelle delicatissime fasi di hovering.

La Seconda Generazione di Harrier
Avionica “sul muso”
BAe Harrier GR.7/9
FLIR (Forward Looking Infrared): Sensore termico a infrarossi. Proietta un’immagine termica del terreno sull’Head-Up Display (HUD) del pilota. Permette la navigazione e l’attacco a bassissima quota anche di notte o con scarsa visibilità.
Sistema ARBS (Angle Rate Bombing System): Sistema di puntamento automatico per il bombardamento. Utilizza un tracciatore TV e un laser nel muso per agganciare i bersagli a terra. Calcola continuamente il punto di impatto esatto delle bombe senza bisogno di un radar.
Antenne ECM Zeus: Parte del sistema di contromisure elettroniche attive (Electronic Countermeasures). Servono a disturbare, ingannare o neutralizzare i radar e i sistemi di guida dei missili nemici.
AV-8B Harrier II (variante Night Attack)
Il bulbo del FLIR (Forward Looking Infrared): Qui è montato in una vistosa carenatura aerodinamica rialzata, posizionata sopra la punta del muso e subito davanti al parabrezza. Serve a proiettare la visione termica notturna sull’HUD.
Il sensore ARBS (Angle Rate Bombing System): Si trova esattamente sulla punta conica del muso (il cosiddetto “naso”). La finestra emisferica trasparente racchiude il tracciatore ottico/TV e il ricevitore laser per l’attacco al suolo di precisione diurno e notturno.
Assenza del radar: Questa linea del muso, affusolata e priva di sporgenze inferiori per antenne ingombranti, indica che il velivolo è ottimizzato per l’attacco d’esperienza visiva/termica e non monta il voluminoso radar APG-65
AV-8B Harrier II Plus
Radar APG-65: Il cono scuro e opaco sulla punta (il radome) non ospita più il sistema ottico ARBS, ma una potente antenna radar multimode. Questo ha reso il “naso” molto più lungo, largo e appuntito rispetto alla versione Night Attack precedente.
Sensore FLIR squadrato: Per fare spazio al radar, il sensore termico per la navigazione notturna è stato alloggiato in una torretta più squadrata e compatta, incassata subito sopra il muso e alla base del parabrezza.
Capacità BVR (Beyond Visual Range): Grazie a questo pacchetto avionico, l’Harrier II Plus è l’unico della famiglia in grado di lanciare missili a lungo raggio a guida radar attiva, come l’AIM-120 AMRAAM, oltre a mappare il terreno in modalità aria-suolo.
Tabella Comparativa: AV-8A vs AV-8B Harrier II
Di seguito vengono analizzati i dati tecnici e le prestazioni che evidenziano il salto generazionale tra i due modelli in dotazione al Corpo dei Marines degli Stati Uniti:
Caratteristica | AV-8A Harrier (Prima Generazione) | AV-8B Harrier II (Seconda Generazione) |
|---|---|---|
Produttore Principale | Hawker Siddeley (Regno Unito) | McDonnell Douglas (USA) / British Aerospace |
Materiale Strutturale Ala | Interamente in lega di alluminio | Materiali compositi (Fibra di carbonio ed epossidica) |
Apertura Alare | 7,70 metri | 9,25 metri (Superficie alare aumentata del 14%) |
Modello Motore | Rolls-Royce Pegasus 11 (Mk 101 / F402-RR-401) | Rolls-Royce Pegasus 11-21 (Mk 105 / F402-RR-406A) |
Spinta Massima Motore | 9.750 kgf (95,6 kN) | 9.980 kgf (97,9 kN) |
Capacità Carburante Interno | ~2.300 kg | ~3.500 kg (Aumento del 50% di autonomia) |
Punti d’Attacco Armamento | 5 piloni | 7 piloni |
Carico Bellico Massimo | 2.400 kg | 4.200 kg (Quasi raddoppiato) |
Cannone di Bordo | 2 x ADEN da 30 mm (in pod esterni) | 1 x GAU-12 Equalizer a canne rotanti da 25 mm |
Sistemi di Mira e Avionica | Ottico-meccanici, navigazione inerziale base | Digitale ARBS (Angle Rate Bombing System) con TV/Laser |
Visibilità dal Cockpit | Limitata verso il retro (abitacolo incassato) | Eccellente (abitacolo rialzato con cupolino a bolla) |
Impatto Tattico sul Campo di Battaglia
I numeri della tabella spiegano chiaramente perché il Corpo dei Marines abbia lottato così duramente in sede politica per salvare il programma AV-8B. Con una spinta del motore Pegasus cresciuta solo marginalmente, la riprogettazione aerodinamica e l’alleggerimento strutturale hanno permesso all’Harrier II di decollare in spazi ridottissimi trasportando un arsenale di bombe guidate a lungo raggio che la prima generazione non avrebbe mai potuto sollevare.
Il Battesimo del Fuoco dell’Harrier
la Guerra delle Falkland
La Guerra delle Falkland del 1982 rappresentò uno dei momenti più importanti nella storia operativa dell’Harrier.
Royal Navy e Royal Air Force schierarono complessivamente 28 Sea Harrier FRS.1 e 14 Harrier GR.3 sulle portaerei HMS Hermes e HMS Invincible.
L’aviazione argentina disponeva anche di caccia supersonici come Mirage III e Dagger.
Nonostante l’inferiorità numerica, i Sea Harrier ottennero un risultato straordinario nei combattimenti aria-aria, abbattendo 20 aerei nemici senza subire perdite per mano dei caccia argentini. Un ruolo importante venne attribuito ai missili AIM-9L Sidewinder a guida termica, forniti dagli Stati Uniti. Gli Harrier GR.3 della RAF svolsero invece missioni di supporto ravvicinato, attaccando con bombe e razzi le posizioni argentine.
La Guerra del Golfo e l’AV-8B
Durante l’Operazione Desert Storm del 1991, lo United States Marine Corps schierò 86 AV-8B Harrier II. Gli aerei operarono sia dalle navi d’assalto anfibio sia da basi terrestri improvvisate vicine al confine. Gli Harrier effettuarono oltre 3.300 sortite d’attacco contro artiglieria e mezzi corazzati iracheni. La vicinanza al fronte consentiva tempi di risposta molto rapidi nel supporto alle truppe terrestri. L’impiego a bassa quota comportò però anche perdite: cinque velivoli furono abbattuti dalla contraerea.
L’esordio italiano in Somalia
Il debutto operativo della componente Harrier della Marina Militare Italiana avvenne nel gennaio 1995, durante l’Operazione Ibis III. Tre AV-8B Harrier II Plus, imbarcati sulla portaerei Giuseppe Garibaldi, operarono a sostegno del contingente delle Nazioni Unite e dei Marines durante l’evacuazione delle truppe da Mogadiscio. Gli Harrier italiani svolsero missioni di ricognizione e scorta armata. Accumularono oltre 100 ore di volo senza subire perdite, dimostrando l’efficacia della nuova componente ad ala fissa italiana.

Gli Harrier nei Balcani
Tra il 1994 e il 1999 gli Harrier furono impiegati anche nelle operazioni NATO sulla ex-Jugoslavia. Durante operazioni come Deliberate Force e Allied Force operarono diversi contingenti. I Marines statunitensi e la Spagna volarono dalle navi presenti nel mare Adriatico. La Royal Air Force impiegò Harrier GR.7 dotati di sistemi avanzati di visione notturna contro i depositi di munizioni serbi. L’Italia utilizzò nuovamente gli Harrier II Plus della Garibaldi, effettuando missioni di pattugliamento aereo e attacco al suolo con munizionamento di precisione guidato dal laser.
Afghanistan e Iraq: l’ultima stagione operativa
Nel nuovo millennio l’Harrier II continuò a essere impiegato come piattaforma estremamente flessibile. In Afghanistan, Marines statunitensi e Royal Air Force mantennero gli Harrier in attività per fornire supporto immediato alle forze terrestri contro i Talebani. La possibilità di operare da piste semipreparate o danneggiate a Kandahar e Bagram risultò particolarmente importante in un territorio caratterizzato dalla scarsità di infrastrutture moderne. L’impiego britannico terminò ufficialmente nel 2010 con il ritiro della flotta dal servizio attivo.
VIFFing: quando l’Harrier trasformò la spinta in un’arma

Tra gli aspetti più spettacolari dell’Harrier c’è il VIFFing – Vectoring in Forward Flight, cioè orientamento del vettore di spinta durante il volo in avanti. Gli ugelli del Pegasus erano stati originariamente progettati per le manovre a bassa velocità. Il loro utilizzo durante il volo convenzionale ad alta velocità nacque invece dall’intuizione dei piloti collaudatori britannici e, successivamente, dei Marines statunitensi:
Immaginiamo un combattimento nel quale un avversario riesce a portarsi a ore sei dell’Harrier, normalmente il pilota dovrebbe effettuare una virata ad alto numero di G per tentare di rompere l’attacco.
Con il VIFFing poteva invece ricorrere a una soluzione radicale:
Azionando la leva meccanica, il pilota ruotava bruscamente gli ugelli verso il basso, arrivando fino a circa 90 gradi, mantenendo contemporaneamente la manetta al massimo, la spinta veniva così deviata verso il basso. Il risultato è una fortissima decelerazione associata a una componente ascensionale.
L’avversario che inseguiva l’Harrier, incapace di ridurre la propria velocità altrettanto rapidamente, poteva superarlo.
Si verificava così l’overshoot:
in pochi secondi l’aereo inseguito poteva diventare l’inseguitore.
il VIFFing offriva anche altri vantaggi:
Durante una virata stretta, una parziale deviazione degli ugelli poteva aumentare il fattore di virata istantaneo, consentendo alla cellula di descrivere un raggio più stretto e di portare più rapidamente il muso verso l’avversario.
Nelle prime versioni, inoltre, lo spostamento improvviso degli ugelli roventi poteva modificare bruscamente la posizione della traccia termica del motore e confondere i primi missili a guida infrarossa.
Il mito del VIFFing alle Falkland
Il ruolo reale del VIFFing durante la Guerra delle Falkland è però più complesso.
La stampa e la propaganda militare contribuirono a costruire il mito secondo cui i Sea Harrier avrebbero dominato i caccia argentini soprattutto grazie a questa manovra.
I resoconti ufficiali dei piloti della Royal Navy, compreso il comandante Sharkey Ward, ridimensionano invece questo aspetto.
Il VIFFing venne usato raramente nei combattimenti aria-aria reali.
Il motivo è semplice: la manovra distruggeva immediatamente una quantità enorme di energia cinetica. Se il pilota non riusciva a colpire l’avversario nei secondi successivi, l’Harrier rimaneva quasi fermo e quindi vulnerabile.
Il successo britannico dipese molto di più dall’addestramento, dalle tattiche di pattugliamento e dall’efficacia degli AIM-9L Sidewinder.
Il VIFFing rimase comunque una manovra codificata e ampiamente addestrata, soprattutto dai Marines con l’AV-8B, come soluzione estrema nel combattimento ravvicinato uno contro uno.
Bisogna inoltre precisare che i Mirage e i Dagger argentini operavano da basi sulla terraferma. Per non compromettere il rientro a causa del consumo di carburante — dovendo percorrere centinaia di chilometri sopra l’oceano Atlantico meridionale —, usavano molto raramente il postbruciatore in combattimento; questa ridotta velocità rappresentava un vantaggio tattico per gli Harrier.
Gli ultimi Harrier
Il veterano Harrier che ha segnato una rivoluzione nella storia dell’aviazione militare moderna, ormai ha completato o quasi il suo storico ritiro dai reparti di prima linea, lasciando definitivamente il testimone ai caccia di nuova generazione.
La Spagna
L’Armada Española utilizza gli AV-8B Harrier II Plus imbarcati sulla nave da proiezione strategica Juan Carlos I, la Spagna ha pianificato di estendere la vita operativa della flotta almeno fino al 2032.
Per sostenere la manutenzione dei velivoli, ha inoltre acquistato cinque Harrier radiati dagli Stati Uniti da utilizzare come fonte di parti di ricambio attraverso la cannibalizzazione.
L’Italia
La Marina Militare mantiene ancora in servizio gli AV-8B Harrier II Plus del GRUPAER, ma la flotta si trova nella fase finale del proprio ciclo operativo.
La radiazione definitiva è prevista entro il 2028, parallelamente alla consegna e all’addestramento sui nuovi F-35B destinati alle portaerei Cavour e Trieste.
Gli Stati Uniti
Il 3 giugno 2026 lo United States Marine Corps ha completato la radiazione dell’AV-8B Harrier II.
Durante la cerimonia ufficiale di “sundown” presso la base di Cherry Point, l’ultimo squadrone operativo, il VMA-223 “Bulldogs”, ha effettuato l’ultimo volo, si è così conclusa una storia americana durata oltre cinquant’anni, l’Harrier è stato sostituito da una flotta interamente basata sull’F-35B.
Video AV-8B Harrier II U.S. Marines
Gli ex operatori
Il Regno Unito, patria del progetto, ritirò l’Harrier nel 2010.
La decisione fu legata a drastici tagli al bilancio della Difesa britannica e generò numerose polemiche, anche perché lasciò il Paese senza aerei ad ala fissa imbarcati fino all’arrivo delle portaerei classe Queen Elizabeth e dei relativi F-35B.
Anche l’India ha avuto una lunga storia con il Sea Harrier FRS.51, i velivoli operarono dalle portaerei INS Vikrant e INS Viraat. L’India ritirò ufficialmente il Sea Harrier nel 2016, sostituendolo con i caccia russi imbarcati MiG-29K.
La Thailandia acquistò invece alla fine degli anni Novanta una flotta di AV-8S Matador, versione di prima generazione ceduta dalla Spagna. I velivoli operarono dalla piccola portaerei HTMS Chakri Naruebet.
Problemi di budget e la completa mancanza di pezzi di ricambio portarono però al loro precoce ritiro e alla messa a terra nel 2006.
L’eredità tecnologica dell’Harrier
L’ Harrier non rappresenta soltanto un capitolo di successo nella storia dell’aviazione militare, ma costituisce lo spartiacque tecnologico che ha dimostrato la fattibilità operativa del volo V/STOL. Prima del suo avvento, il decollo e l’atterraggio verticale applicati a un velivolo a reazione erano confinati all’ambito della sperimentazione pura, spesso costellata di prototipi ingovernabili o inefficienti. L’Harrier ha scardinato questo limite, integrando in un’unica cellula la flessibilità logistica dell’elicottero e le prestazioni velocistiche del jet.
Il cuore di questa eredità risiede nell’eleganza ingegneristica del motore Rolls-Royce Pegasus e del suo sistema di spinta vettoriale. L’intuizione di parzializzare e orientare il flusso d’aria calda e fredda attraverso quattro ugelli sincronizzati ha risolto il problema della transizione dal volo verticale a quello orizzontale, una delle sfide aerodinamiche più complesse del Novecento. Questa architettura ha ridefinito la dottrina d’impiego della potenza aerea, slegando i caccia dalle vulnerabili piste convenzionali e consentendo la nascita di una nuova classe di portaerei leggere e navi d’assalto anfibio. Senza l’Harrier, la proiezione globale delle forze navali moderne avrebbe assunto forme radicalmente diverse.
Oggi, mentre gli ultimi esemplari terminano il loro servizio attivo, il testimone tecnologico dell’Harrier è visibile nel Lockheed Martin F-35B Lightning II. Sebbene il caccia di quinta generazione utilizzi un sistema lift-fan concettualmente differente, la filosofia operativa di base e la gestione dei flussi per il volo STOVL sono figlie dirette delle lezioni apprese in decenni di operazioni del Jump Jet. L’eredità dell’Harrier non si esaurisce quindi nella sua pur gloriosa storia industriale e bellica, ma permane come pilastro concettuale: la dimostrazione definitiva che lo spazio geometrico di una pista non è un limite invalicabile per la potenza aerea.


























